Il new look diplomatico di Ankara.


di Agostino Sperandeo – Sembra tornato di gran moda il dibattito sulla Turchia, un paese che, in ragione della sua posizione geografica, venne scelto dagli Stati Uniti nella seconda metà del XX secolo come avamposto strategico da cui proiettare gli interessi americani in Medio Oriente (e oltre). Ma sono ormai lontani i tempi della Guerra Fredda e la passività diplomatica cui i membri dei due schieramenti tacitamente si sottomettevano. Nell’attuale era delle relazioni internazionali, in cui la complessità e la rapidità di evoluzione degli scenari hanno impedito l’affermazione di un ordine globale guidato da un’unica superpotenza, si è invece assistito all’assunzione di uno schema multipolare di governance e, di conseguenza, al debutto di nuove potenze sul palcoscenico internazionale.

Anche la moderna leadership turca, interpretando i cambiamenti in atto e desiderosa di prender parte al processo di redistribuzione del potere mondiale, ha prontamente adattato la sua politica estera ai nuovi trend evolutivi tanto che la Turchia rientra ormai a pieno titolo nel circolo delle potenze emergenti. Come ha recentemente ricordato a Londra il presidente turco Abdullah Gül (in occasione del conferimento del Chatam House Prize 2010), analisti e commentatori strategici hanno iniziato ad utilizzare la formula BRIC+T per indicare l’ingresso della Turchia nel gruppo di Brasile, Russia, India e Cina.

Già dal 2002, con l’ascesa al potere dell’AKP, il partito d’ispirazione islamica del primo ministro Recep Tayyip Erdogan, la Turchia comincia a riconsiderare il suo ruolo regionale anche grazie alla spinta propulsiva di una straordinaria crescita economica. Tale volontà si rende più evidente a partire dal 2007, quando Erdogan nomina suo consigliere diplomatico Ahmet Davutoglu, ovvero l’ideatore della nuova politica estera turca. Ministro degli esteri dal maggio 2009, già professore universitario di relazioni internazionali, Davutoglu ha operato una vera e propria rivoluzione in politica estera accantonando i vecchi precetti del kemalismo (che sacrificavano i rapporti diplomatici a vantaggio del consolidamento della struttura democratica interna). Ne è derivata una maggiore assertività regionale che ha portato Ankara a considerare l’intero Medio Oriente come il suo “estero vicino”.

Uno dei principi guida della nuova politica risiede nella cosiddetta formula “zero problemi con i vicini”, una cooperative track che dovrebbe garantire sicurezza comune, interdipendenza economica e coesistenza culturale con gli stati della regione. Davutoglu, inoltre, definisce la sua politica multi-vettoriale, poichè non segue soltanto direttrici mediorientali ma si dipana anche nei Balcani, nel Caucaso, in Asia Centrale e in Africa, e multi-dimensionale, poiché basata su un utilizzo complementare e mai competitivo delle numerose partnership che tende ad instaurare. In altre parole, rafforzare i legami con Siria ed Iran non dovrebbe intaccare la relazione con Washington ed Israele. Un progetto ambizioso e di netta rottura rispetto al passato ma che Ankara porta avanti con disinvoltura, non indugiando neanche di fronte a nemici storici come Iran e Russia.

Alla radice della teoria politica del ministro turco (dettagliatamente esposta nel suo lungo volume intitolato “Profondità Strategica”) vi è la convinzione che il caos geopolitico causato dalla fine della guerra fredda e, più recentemente, la destabilizzazione dell’Iraq (da leggersi come fallimento dell’invasione americana) hanno contribuito al deterioramento della precaria sicurezza mediorientale. Evidentemente minacciata da questa situazione, la Turchia deve impegnarsi nella costruzione di un arco di stabilità che abbraccia l’intera regione, prestando fede al suo ruolo di potenza emergente. The world expects great things from Turkey ha ribadito Davutoglu, salito al settimo posto nella speciale classifica dei 100 Best Global Thinkers stilata ogni anno dalla rivista americana Foreign Policy.

Definita da alcuni – con una certa dose di preoccupazione – Neo-ottomanismo, la nuova politica estera turca mira, in definitiva, a guidare un processo di integrazione regionale fondato sul soft power esercitato da Ankara nei confronti paesi vicini. A rafforzare tale impostazione contribuisce – e non poco – l’importanza geo-economica della Turchia, in particolare il suo ruolo di hub per le rotte degli idrocarburi centro-asiatici, e la sua presenza nei più importanti forum internazionali: è membro non permanente del Consiglio Sicurezza ONU, membro del G-20, possiede lo status di osservatore nella Lega Araba e nell’Unione Africana e mantiene un dialogo strategico con il Consiglio Cooperazione del Golfo).

Alla lunga il dinamismo turco ha finito per allarmare la maggior parte degli addetti ai lavori.. Dal punto di vista statunitense, ad esempio, il new look di Ankara ha fatto temere uno scivolamento geopolitico verso est del tradizionale alleato islamico. “Who lost Turkey?” si sono chiesti e continuano a chiedersi analisti e commentatori riguardo alle responsabilità del presunto riposizionamento geopolitico della Turchia, dando vita ad un vivace dibattito tra Stati Uniti ed Unione Europea che va decisamente oltre lo stato reale dei rapporti tra Turchia ed Occidente. Da quel momento, sotto accusa non è più soltanto la politica estera ma anche la radicalizzazione interna operata dall’AKP, anche se – questo va ricordato – il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo sale al potere nel 2002 e il processo di islamizzazione interna, con le conseguenze che oggi in molti lamentano, è rimasto per lungo tempo ignorato.

In realtà, il cambiamento di percezione verso la Turchia avviene in coincidenza di alcuni recenti episodi. Fino al 2007, infatti, le iniziative turche rientravano ancora nell’ambito della ristretta autonomia diplomatica concessa ad Ankara e non deviavano dalle linee guida della politica mediorientale di Washington. Allora, Erdogan e Davutoglu mettevano in atto un tentativo tutto sommato innocuo di mediazione tra Siria e Israele e mantenevano un atteggiamento neutrale nella disputa israelo-palestinese, limitandosi a dimostrare la volontà di dare un contributo alla stabilizzazione della regione. Tuttavia quel contributo, non richiesto da Washington né da Tel Aviv, finì per naufragare quando Israele lanciò l’operazione Cast Lead su Gaza nel dicembre 2008.

Ad originare i timori di una Turchia “che scappa ad est”, fu forse la reazione turca all’operazione militare israeliana: con Cast Lead, infatti, Ankara vide crollare non solo la sua opera di mediazione volta alla stabilizzazione regionale ma anche il tentativo di proporsi come player essenziale della partita mediorientale. Ecco allora che, nel gennaio 2009, quando Erdogan abbandonò il Forum Mondiale di Davos scagliando un violento attacco verbale contro il presidente israeliano Peres, iniziarono a manifestarsi segnali d’irrigidimento nei rapporti turco-israeliani. Si passò così dall’esclusione dell’aviazione di Tel Aviv dall’esercitazione militare congiunta Anatolian Eagle (agosto 2009) all’incidente della Aid Flotilla e della Mavi Marmara, in cui persero la vita nove attivisti di nazionalità turca (maggio 2010) e a seguito del quale la Turchia decise il ritiro dei suoi diplomatici da Tel Aviv.

Ma il passaggio cruciale forse è un altro e si chiama Iran. A maggio del 2010, Ankara ha ospitato un vertice trilaterale tra Brasile, Iran e Turchia, che suscitato clamore nella comunità internazionale poiché tentava di risolvere l’hot issue del programma nucleare iraniano in maniera autonoma e senza la delega dei grandi (quasi uno sgarro al gruppo 5+1). Di lì a poco, il 9 giugno, la Turchia votava insieme al Brasile contro il nuovo round di sanzioni del Consiglio di Sicurezza ONU nei confronti di Teheran.

È evidente che una tale libertà di comportamento verso i due temi più delicati della politica mediorientale abbia insospettito l’opinione pubblica occidentale e abbia finito per mettere in cattiva luce la leadership turca insieme alla sua nuova politica estera: lo sconfinamento dal recinto della politica di Washington è un delitto troppo grande per passare inosservato. Tuttavia, se da una parte è vero che l’affermazione come potenza regionale passa inevitabilmente dall’assunzione di un atteggiamento meno passivo – e dunque di rottura rispetto al passato – su tematiche essenziali per l’equilibrio mediorientale come i rapporti con Israele ed Iran, dall’altra va precisato che la “profondità strategica” teorizzata da Davutoglu non si traduce necessariamente in un allontanamento dal campo occidentale.

Il dinamismo politico potrebbe, per esempio, essere letto in funzione della crescita economica. Va ricordato che lo sviluppo economico è la chiave del successo dell’AKP. Tra i paesi OCSE, la Turchia è al primo posto in termini di crescita economica, con una previsione per il 2010 di incremento del PIL pari all’8% e una diminuzione della disoccupazione del 14%. In ambito G20, la Turchia è la terza economia dietro a Cina e India. La Turchia sta crescendo e per farlo al passo dei BRICs deve valutare nuove possibilità e cercare nuovi mercati. I numerosi accordi bilaterali già siglati e l’annuncio di una zona di libero scambio con Giordania, Libano, e Siria confermano tale ipotesi. L’Africa del Nord e il Medio Oriente rappresentano l’11% delle importazioni e ben il 27% delle esportazioni turche (primo partner commerciale nella regione è l’Iraq). Tali mercati offrono prospettive di crescita enormi e la Turchia non può ignorare i benefici pratici derivanti dagli scambi intra-regionali. Per quanto riguarda i rapporti con Teheran, l’Iran è il secondo fornitore energetico della Turchia dopo la Russia.

Dinamismo politico e cooperazione regionale a sostegno della crescita economica. È forse questo, in ultima analisi, il leitmotiv della nuova politica estera di Ankara e basterebbe a ridimensionare i timori di una nuova marcia ottomana. Dal punto di vista diplomatico, poi, permangono limiti concreti in merito all’effettiva distanza che la Turchia può prendere sia dagli Stati Uniti (e dal suo proxy israeliano) sia dal grande mercato europeo (l’UE, maggior partner commerciale, attualmente assorbe circa il 46% delle esportazioni e rappresenta l’88% degli investimenti esteri.

In definitiva, nell’atteggiamento turco non sembra esserci nulla di irreversibile. La Turchia è innanzitutto cosciente degli elevatissimi costi che il suo riposizionamento geopolitico comporterebbe e non sembra voler rinunciare al suo esclusivo ruolo di cerniera tra Europa e Medio Oriente. La Turchia dunque non sta scivolando verso est. Ha soltanto imparato a girare la testa.

a.sperandeo@altreterre.net

Agostino Sperandeo è coordinatore del sito di politica internazionale http://altreterre.net

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