Migrazione Ambientale e Sviluppo Sostenibile


Environmentally Induced Migration

L’attenzione scientifica e politica degli ultimi anni sul cambiamento climatico e altri fenomeni ambientali di portata internazionale, ha portato a concentrare l’attenzione di diversi ricercatori sul fenomeno delle migrazioni causate da fattori ambientali (Environmentally Induced Migration – EIM).
Per saperne di più ne abbiamo parlato con Andrea Milan, tirocinante alla Division for Sustainable Development delle Nazioni Unite (UNDESA – DSD) e autore di un background paper presentato lo scorso 14 Aprile 2010 alla “International Conference on Climate Change and Human Mobility” (http://climatemobility.ku.dk/). Partecipera’ ad altre due importanti conferenze, una a Maggio a Hamilton (Canada) e l’altra a Giugno a Gold Coast (Australia).

  • La migrazione è un fenomeno che è sempre esistito nella storia umana ed ha numerose spiegazioni sociologiche, economiche e politiche. Recentemente si è iniziato a parlare di migrazioni causate da fattori ambientali (Environmentally Induced Migration – EIM): come si possono definire e quali sono le loro caratteristiche principali?

Dal punto di vista concettuale, ci sono due tipi di migrazioni causate da fattori ambientali: da un lato, le migrazioni causate da catastrofi naturali come inondazioni, tsunami, terremoti, cicloni, incendi ed altri disastri naturali che obbligano le persone ad abbandonare immediatamente le proprie abitazioni; da un altro, quelle causate da lenti cambiamenti ambientali come degradazione ed erosione del suolo, deforestazione, desertificazione, inquinamento dell’acqua, del suolo e dell’aria, salinizzazione delle terre irrigate, erosione delle coste e delle rive dei fiumi, estrema aridità, piogge irregolari, innalzamento del livello del mare eccetera. E’ difficile definire le migrazioni ambientali proprio per la loro varietà in quanto a tempistica, dimensione geografica, durata e fattori ambientali che intervengono nella decisione di migrare. Questa decisione può essere forzata, ma anche volontaria.

Nel caso dei lenti cambiamenti ambientali, spesso, i migranti non riconoscono i fattori ambientali come cause della loro decisione di abbandonare la loro terra, giustificando la loro decisione in base a ragioni economiche e sociali. Una più attenta analisi, tuttavia, evidenzia come spesso la povertà o la mancanza di sicurezza sociale che spingono i migranti a spostarsi abbiano radici ambientali. In questi casi, si può dire che fattori ambientali inducono alla migrazione in maniera indiretta, attraverso la loro interrelazione con altri fattori socio/economici e ciò evidenzia la necessità di studiare la situazione ambientale nei paesi di origine per capirne le dinamiche migratorie in uscita. E’ più importante studiare il fenomeno nel suo complesso e l’interrelazione dei fattori ambientali con quelli socio/economici, piuttosto che etichettare i migranti come ambientali o meno.

Le migrazioni indotte da fattori ambientali sono principalmente interne agli Stati e questo crea dei problemi nella raccolta dei dati, poiché gli Stati, per motivi politici e strategici, hanno più interesse a raccogliere dati sulle migrazioni internazionali piuttosto che su quelle nazionali. Inoltre, esse sono tipiche dei paesi in via di sviluppo, o comunque dei paesi nei quali i settori economici che dipendono più direttamente dall’ecosistema (come agricoltura, allevamento, pesca e caccia) hanno un peso rilevante nell’economia.

  • Lo studio delle EIM è ancora agli inizi: qual è lo stato dell’arte della ricerca scientifica su di esse? Quali sono i filoni che si dovranno seguire per arrivare ad una maggiore comprensione del fenomeno per poi approntare politiche adeguate a regolarlo?

Uno dei più grandi limiti della ricerca scientifica sulla EIM è la mancanza di una definizione condivisa da tutti gli studiosi; l’incertezza sulla definizione di EIM e sul cambiamento climatico si riflette nelle stime sul numero di migranti ambientali previsti nel 2050 che variano tra 50 e 350 milioni (alcune ONG si sono spinte oltre, prevedendo fino ad 1 miliardo di migranti ambientali per quella data).

Negli ultimi anni c’è stato un forte incremento nel numero di pubblicazioni sul tema dell’EIM e c’è una crescente attenzione alle sue implicazioni per la sicurezza internazionale. Al contrario, però, il numero di studi empirici rimane molto limitato, sia perché l’EIM è un tema nuovo ed emergente sia perché la materia è molto complessa ed interdisciplinare. Sarà compito degli studiosi colmare questo gap al più presto.

Parte della letteratura tende a promuovere lo studio delle migrazioni ambientali come disciplina a sé rispetto alle migrazioni in generale. Tuttavia, questo è fuorviante e non aiuta a comprendere le dinamiche migratorie, soprattutto nei paesi di destinazione, per i quali le ragioni che spingono gli immigrati hanno un valore molto relativo.

Molti studi empirici citati nel nostro paper dimostrano come la decisione di migrare sia sempre molto complessa. Nell’affrontare la tematica delle migrazioni indotte da ragioni ambientali, quindi, bisogna sempre studiare tutte le ragioni (ambientali e non) e le loro interrelazioni che spingono la popolazione a migrare.

  • Come si evince dalla sua ricerca, le EIM possono rimanere circoscritte all’interno di singole nazioni o presentare ripercussioni internazionali. Secondo lei è necessario promuovere accordi internazionali per definire un contesto giuridico internazionale che aiuti a regolare questi fenomeni tutelando i diritti umani dei migranti?

La mancanza di una definizione univoca si riflette nella mancanza di una contestualizzazione giuridica condivisa a livello internazionale per i migranti ambientali, sia che si muovano all’interno delle nazioni sia che varchino i confini del loro stato d’origine. Il dibattito giuridico è molto acceso, soprattutto per ciò che riguarda la possibilità di categorizzare i migranti indotti da cause ambientali come “rifugiati ambientali”. I rifugiati per motivi ambientali (o comunque legati al cambiamento climatico), tuttavia, non sono contemplati nella Convenzione di Ginevra del 1951 né nel suo Protocollo Supplementare del 1967.

Nella mia ricerca, non mi sono soffermato sull’aspetto giuridico del problema; tuttavia, ho evidenziato che un effettivo sistema legale ed il rispetto dei diritti umani sono prerequisiti per uno sviluppo che si possa definire sostenibile. Accordi per promuovere un contesto giuridico internazionale servirebbero sicuramente a tutelare i diritti umani dei migranti, che sono esposti al rischio di discriminazione, marginalizzazione, mancanza di opportunità economiche, assimilazione culturale ecc.

Per chi volesse saperne di più sull’aspetto giuridico del problema, suggerisco la lettura dell’ottimo dossier che è stato preparato per Legambiente da Luciana Delfini, Paolo Dalla Stella e Tiziana Finelli nel 20091.

  • Le Nazioni Unite stanno promuovendo da tempo lo “Sviluppo Sostenibile”. Quali sono i rapporti tra Sviluppo Sostenibile ed EIM? Vede punti di contatto con i Millennium Development Goals (MDGs) promossi dalle Nazioni Unite?

Il rapporto tra EIM, sviluppo sostenibile ed il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo del millennio è un tema emergente e relativamente inesplorato.

Per sviluppo sostenibile si intende lo sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni (definizione data dalla Brundtland Commission nel 1987). L’idea di sviluppo sostenibile è stata poi portata al centro del dibattito pubblico dalla Conferenza di Rio del 1992, da cui emersero i principi dello sviluppo sostenibile: integrazione, ponte tra ambiente e sviluppo, equità tra generazioni ed all’interno delle generazioni, partnership globali con “Responsabilità comuni ma differenziate”, eradicazione della povertà, riduzione ed eliminazione di modelli insostenibili di produzione e consumo, partecipazione al decision-making, accesso all’informazione ed accesso ad azioni legali ed amministrative.

La novità del paper, scritto insieme a Sami Areikat (United Nations’ Division for Sustainable Development – UNDESA/DSD) e Tamer Afifi (United Nations University – Institute for Environment and Human Security – UNU/EHS), sta nell’approccio: non sono i fattori ambientali in sé a determinare le migrazioni, quanto le loro interrelazioni con altri fattori economici e sociali e quindi il loro impatto, diretto ed indiretto, sulle condizioni di vita dei potenziali migranti.

Il paper utilizza l’approccio “push-pull factors” alle migrazioni. Oltre a studiare le ragioni ambientali e la loro connessione con gli altri fattori economici e sociali che influenzano le condizioni di vita nelle aree d’origine e che spingono a migrare (push factors), vengono analizzati anche i fattori, economici più che ambientali, che attraggono i migranti dalle aree di destinazione (pull factors).

Per ciò che riguarda i rapporto tra EIM ed i Millennium Development Goals (MDGs), la mia ricerca ha evidenziato la difficoltà nell’isolare le migrazioni indotte da cause ambientali rispetto alle migrazioni in generale, sia per la mancanza di una solida base scientifica sull’EIM, sia per la mancanza di dati in materia2.

  • L’Unione Europea ha promosso lo studio attualmente più approfondito sulle EIM, il progetto di ricerca EACH-FOR. Le EIM sono un fenomeno che si verifica anche nel bacino Mediterraneo? Può farci qualche esempio?

Il Mediterraneo è un’area esposta alle EIM ma la base scientifica ed i dati disponibili sono insufficienti per analizzare il fenomeno nel suo complesso nell’area. Ci sono alcune analisi molto dettagliate, come i 5 casi di studio del progetto EACH-FOR che riguardano paesi che si affacciano sul Mediterraneo (Balcani, Spagna, Turchia, Egitto e Marocco) ma manca un’analisi complessiva del problema. Invito i lettori a visitare il sito web del progetto EACH-FOR per maggiori informazioni sui casi di studio citati sopra3.

L’attenzione verso l’EIM nel Mediterraneo è in costante crescita, soprattutto nell’Unione Europea: oltre ad aver finanziato il progetto EACH-FOR, la Commissione Europea (insieme all’Alto Rappresentante per la Politica Estera e la Sicurezza Comune) ha preparato nel 2008 un dossier per il Consiglio Europeo sul tema “Climate change and international security4. L’Italia ha un ruolo centrale nello studio delle migrazioni nel mediterraneo: la sede regionale per il Mediterraneo dell’International Organization for Migration (IOM) ha infatti sede a Roma.

Per ciò che riguarda l’importanza delle migrazioni indotte da disastri naturali nel bacino mediterraneo, l’Italia è stata colpita da varie catastrofi negli ultimi anni e le problematiche relative alla ricostruzione delle zone colpite da tali disastri sono sotto gli occhi di tutti. Oltre alle catastrofi naturali, l’area mediterranea è esposta anche ad altri rischi ambientali che possono spingere alla migrazione. Tra questi, la scarsità dell’acqua, la degradazione del suolo e la desertificazione sono i più comuni; tuttavia, il fenomeno dell’EIM va studiato caso per caso ed infatti il progetto EACH-FOR evidenzia alcuni casi specifici molto interessanti, come la degradazione ambientale indotta dalla guerra nei Balcani e dalla costruzione della diga di Ataturk in Turchia.

L’evoluzione dell’EIM ed il numero di migranti indotti da cause ambientali dipenderà anche dall’andamento economico del Paesi del bacino mediterraneo, soprattutto i più poveri, nei quali i potenziali migranti non hanno i mezzi finanziari per spostarsi.

1 Legambiente (2009): Profughi Ambientali – Cambiamento Climatico e Migrazioni, disponibile online all’indirizzo http://www.legambiente.eu/documenti/2009/0727_profughiambientali/DossiersuProfughiAmbientali.pdf, p.7.

2 Si veda http://www.unfpa.org/public/publications/pid/1327 per un’ottima raccolta di lavori sul rapporto tra migrazioni in generale ed MDGs.

3 Il sito web ufficiale del progetto è www.each-for.eu.

4 Disponibile online all’indirizzo http://www.consilium.europa.eu/uedocs/cms_data/docs/pressdata/en/reports/99387.pdf, 23/03/2010.

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Una Risposta

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