Perchè non è nata la Seconda Repubblica


Terra IncognitaNel saggio “Terra incognita – Le radici geopoltiche della crisi italiana” il direttore di Limes esamina i motivi della incompiuta transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica.

Il decennio degli anni ’90 e la transizione imcompiuta tra la Prima e la Seconda Repubblica sono al centro del saggio del 2001 e ancora oggi di stretta attualità del direttore di Limes, Lucio Caracciolo. Lo storico prende le mosse dall’anno chiave 1992, con gli effetti dell’implosione dell’Unione Sovietica, la fine della Guerra Fredda ed il crollo repentino del sistema partitico fino ad allora vigente, determinata dall’azione del pool di magistrati di Milano con la maxi-inchiesta Mani Pulite. Proprio il 1992 rappresenta il punto di svolta dello scenario politico del Bel Paese o almeno così, spiega l’autore, avrebbe dovuto essere. Il direttore della più diffusa rivista italiana di geopolitica espone l’evolversi del quadro politico generale e gli effetti che ne sono scaturiti negli anni successivi. Con un certo distacco e senza mai scivolare in un’invettiva di stampo morale nei confronti della classe politica che ha amministrato il potere nella Prima Repubblica, egli si interroga sui motivi che non hanno portato ad una diversa evoluzione del sistema partitico italiano. Caracciolo evita altresì di deresponsabilizzare il popolo italiano che, “in ossequio ad una cultura che conosce il favore, meno il diritto e meno ancora il dovere”, non può dirsi certo inconsapevole della situazione a cui si era giunti nel corso dei decenni precedenti.

L’autore analizza con acume la prassi politica della classe dirigente che è stata al potere durante la Prima Repubblica, che non può dirsi conclusa in quanto è mancato un vero e proprio passaggio istituzionale alla “famigerata” Seconda Repubblica. I cardini della politica italiana restano “il semi-protettorato occidentale” e la conseguente democrazia consociativa. Una tale struttura politica nazionale, generata dal contesto internazionale della Guerra Fredda, è andata a discapito dei concetti di “patria” ed “italianità”, che sono lentamente scivolati nel dimenticatoio: “consociazione e democrazia sono due facce della stessa medaglia” argomenta Caracciolo.

Lo storico ripercorre gli eventi del 1992 e l’impreparazione della classe dirigente italiana, che non saprà reagire prontamente al cambio di paradigma avvenuto nel panorama internazionale, perdendo in tal modo il ruolo di garante ultimo istituzionale ai fini del vincolo atlantico. In parallelo, i partiti politici non riusciranno ad affrontare la crisi di legittimazione interna scaturita da Tangentopoli e che porterà alla delegittimazione di tutto il sistema politico italiano, opposizione inclusa, che non saprà “inspiegabilmente” sfruttare a dovere il momento propizio. A questo proposito, Caracciolo stigmatizza il ruolo avuto dalla magistratura italiana che, in questa fase cruciale della vita della Prima Repubblica, vedrà accrescere enormemente il proprio potere, la propria visibilità mediatica ed influenza politica, ma che alla fine “partorirà” Berlusconi, definito quale “figlio di Mani Pulite”, che rappresenterà il “nuovo illibato taumaturgo” agli occhi di molti italiani, desiderosi anche di un rinnovamento del panorama politico italiano e della stabilizzazione sociale.

Di notevole rilievo è l’approfondimento svolto da Caracciolo a proposito del rapporto dell’Italia con le istituzioni europee ed il vincolo comunitario, che è stato sempre preso in considerazione in modo passivo, quasi strumentale, ai fini del riconoscimento internazionale e della stabilità interna, senza mai acquisire una visione geopolitica europea di lunga visione nel tempo. In futuro questa modalità politica non potrà più essere perseguita in quanto l’Europa unita sarà sempre più una necessità per l’Italia. Senza una struttura su cui potersi poggiare, il nostro Paese sarà infatti penalizzato in una competizione tra Stati basata soltanto sui rapporti di forza. Al fine di evitare questa situazione, sarebbe necessario che l’Italia riuscisse a presentare un progetto di sviluppo comunitario per dare un impulso in prima persona al futuro processo politico continentale, altrimenti si esporrà al rischio di rimanerne esclusa. In vista di questo obiettivo, l’autore sottolinea con maggiore decisione la necessità dell’Italia di divenire, il prima possibile, uno Stato autorevole, snello ed efficiente, che sappia coltivare il proprio interesse nazionale dal momento che la stagione del vincolo esterno sta volgendo ormai al tramonto e di conseguenza le precedenti  politiche non saranno più efficaci.

È un saggio che risulterà persino doloroso ad alcuni lettori visto che, a distanza di otto anni dalla sua stesura, è evidente come molte criticità del decennio passato siano rimaste sostanzialmente irrisolte. Così come non sono state raggiunte né la stabilità politica né una visione geopolitica strategica dell’Italia, che resta in fondo alle priorità nell’agenda dei partiti politici.

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