Buchi nell’acqua


acqua

Il problema dell’acqua come risorsa rinnovabile ma limitata, come diritto, come fonte di energia e di vita su questo pianeta, riguarda tutti e deve essere affrontato con una certa urgenza. Di questo tema si occupano non più solo le associazioni ambientaliste ma anche i media, in vista della formazione di un’opinione pubblica mondiale che possa esercitare pressione sulle istituzioni politiche e sui loro leader.

Per molti Stati l’accesso all’acqua è già un problema per ragioni geografiche, per l’arretratezza tecnologica e per via di certe politiche di sfruttamento. Il momento storico sembra essere cruciale: spetta a questa generazione di governanti decidere se l’acqua sostituirà il petrolio nelle prossime guerre e nelle prossime lotte per il potere, o se sarà piuttosto un diritto riconosciuto, rispettato da tutti e garantito per tutti. Esiste quindi una certa urgenza di risolvere questo problema in tempi relativamente brevi, se si vogliono porre dei rimedi efficaci.

Scenario ipotizzato dal rapporto dell’ONU.

Questa urgenza non è solo un allarmismo mediatico o politico, ma viene posta dalle Nazioni Unite in vista dei prossimi anni e delle sfide che il futuro comporterà per la popolazione mondiale.  Secondo i dati del rapporto “Water in a changing world” pubblicato lo scorso Marzo dalle Nazioni Unite, circa due miliardi e mezzo di persone attualmente hanno un difficile accesso all’acqua potabile o non ne hanno alcuno, tre milioni e mezzo di decessi sono causati dalle malattie trasmesse dall’acqua sporca o stagnante, senza considerare i dati riguardo all’inquinamento delle acque dolci (sia di superficie che delle falde freatiche) o ancora ai conflitti che il controllo di fonti o corsi d’acqua provoca in gran parte del mondo.

Nel corso degli anni, denuncia ancora questo studio, la situazione è destinata a peggiorare. Viene infatti esposta una previsione secondo la quale nel 2030 la crescita costante della popolazione ed il conseguente aumento del fabbisogno idrico comporteranno l’esclusione dall’accesso all’acqua di più di un terzo della popolazione, in maggior parte residente nei paesi in via di sviluppo.

Lo scopo del Rapporto era quindi quello di porre all’attenzione delle autorità politiche le probabili conseguenze  di una cattiva gestione delle acque nel prossimo futuro. La sensibilizzazione doveva essere spunto di riflessioni in occasione del Forum Mondiale sull’Acqua che si è tenuto ad Istanbul dal 16 al 22 Marzo, la cui data di conclusione ha coinciso con la Giornata Mondiale dell’Acqua.

Cosa è il World Water Council.

L’Assemblea Generale dell’ONU, già nel 1992, aveva individuato nella gestione e risoluzione delle problematiche inerenti all’acqua uno dei punti salienti dell’Agenda 21. A seguito di ciò era stato istituito il Consiglio Mondiale dell’Acqua (World Water Council), e la Giornata Mondiale dell’Acqua (il 22 Marzo di ogni anno) dedicata al dibattito ed alla sensibilizzazione dei cittadini su questa tematica.

Il World Water Council prese ad organizzare, ogni tre anni, un vertice che servisse agli Stati come momento per tracciare delle linee guida comuni, coordinare gli sforzi e le politiche virtuose dei singoli e discutere dei risultati già ottenuti.

Il Summit di Istanbul.

Il vertice di quest’anno ( il quinto dopo Marrakech 1997; l’Aja 2000; Kyoto 2003; Città del Messico 2006) ha visto una partecipazione imponente, con circa 155 Paesi rappresentati, alcuni dei quali a livello di Capi di stato o di governo e delegazioni molto eterogenee. Proprio per questa massiccia partecipazione sono state riposte in questo Summit molte aspettative, soprattutto da parte dei Paesi in via di sviluppo.

Dagli interventi degli oratori è emersa la necessità di stabilire strategie anti-spreco in tutti i Paesi e battersi per favorire l’accesso all’acqua potabile da parte di  tutti quei cittadini attualmente “esclusi”.

Il maggiore numero di litri d’acqua sprecati proviene dall’agricoltura, un settore che da solo utilizza il 70% delle risorse idriche del pianeta. Sono necessari tremila litri di acqua per produrre il cibo mediamente consumato in un giorno da un solo individuo. Secondo la FAO è di primaria importanza porre i contadini al centro di qualsiasi cambiamento nella gestione dell’acqua potabile, dotandoli di tecnologie capaci di consumare di meno producendo la stessa quantità di cibo. Questo cambiamento è fondamentale per un miglioramento della distribuzione dell’acqua soprattutto tenendo in considerazione la costante crescita della popolazione mondiale ed il progressivo aumento dell’aspettativa di vita. Il migliore utilizzo delle risorse idriche sembra quindi connesso sia con la povertà e lo sviluppo demografico di ciascun Paese, sia con la fame nel mondo.

Nonostante questi interventi e la vasta partecipazione, il documento finale del Summit ha suscitato molta insoddisfazione sia da parte di alcuni partecipanti, sia dalla maggior parte degli osservatori. Non è stato preso alcun accordo che vincolasse gli Stati, né è stato prospettato alcuna politica concreta, ma soprattutto non è stato riconosciuto alcun “diritto all’acqua” per i popoli con uno scarso accesso alle risorse idriche. Neanche le preoccupanti previsioni esposte e documentate dall’ONU hanno trovato una soluzione nel Rapporto conclusivo del Summit.

Le accuse del forum alternativo.

A criticare aspramente il summit si è levata con forza la voce del Forum Alternativo. Svoltosi presso l’Università di Bilgi, ha visto la partecipazione di ONG, Associazioni e ricercatori. I partecipanti hanno criticato non solo i contenuti del World Water Forum, ma anche la legittimità stessa del World Water Council, chiedendo all’ONU un intervento forte.

Nel mirino sono stati gli interventi del Forum ufficiale, troppo pochi i riferimenti a politiche concrete di buona gestione delle acque pubbliche e sono passate sotto silenzio le azioni di molti Paesi occidentali che stanno privatizzando il patrimonio idrico pubblico (l’Italia è fra questi).

Inoltre sono mancate le denunce, ambientali e politiche, dell’enorme business che si muove dietro le acque minerali, ma in particolar modo è finita sotto accusa la politica turca di costruzione di circa 22 dighe lungo i principali fiumi turchi, fra cui anche il Tigri e l’Eufrate, politica conosciuta col nome di GAP (“Greater Anatolia Project”). Questa politica mirerebbe a gestire in modo quasi monopolistico il flusso d’acqua dei  principali fiumi della nazione e della regione, creando nelle mani del governo di Ankara un vero e proprio rubinetto con il quale potere giocare di forza con gli interlocutori interni ed esterni. Questa politica di potenza è stata battezzata con il nome di “Idroegemonia”.

Una riflessione geopolitica, il caso turco.

Durante lo svolgimento del Forum ufficiale è stato dichiarato trionfalmente che il numero dei conflitti per l’acqua è sceso a “soli” 37 conflitti fra dichiarati e non. Purtroppo questo dato riguarda le sole acque transfrontaliere, cioè quelle acque già condivise da due o più autorità statali e non considera, invece, tutti quei conflitti combattuti per avere accesso all’acqua, o per ottenere un controllo dove ancora non ce n’è alcuno. Al numero dei conflitti aperti è poi da aggiungere quello dei conflitti non combattuti, come la politica di sfruttamento idrico condotta da alcuni Stati a danno dei Paesi limitrofi, trasformando così la politica energetica di un paese, la sua politica idrica, la sua politica estera in una vera e propria politica di potenza.

Un esempio emblematico della strumentalizzazione delle acque è la politica condotta in questi ultimi anni dalla Turchia. Seguendo l’esempio di molti Stati occidentali, la Turchia ha già da tempo privatizzato le acqua pubbliche per gestirle con maggiore efficienza e per evitarne gli sprechi. Con questi stessi obiettivi ha ripreso il progetto GAP (nato per la prima volta negli anni ’60), che prevede la creazione di una ventina di dighe lungo il corso dei principali fiumi turchi. Le dighe previste dal progetto interesseranno la regione dell’Anatolia meridionale, dove risiede buona parte della  popolazione curda; da qui inoltre passano i fiumi che arrivano in Iraq.

I Curdi sono stati i primi a protestare contro le gravi limitazioni nell’accesso all’acqua che subiranno una volta che le dighe saranno ultimate, mentre il presidente Talabani ha pubblicamente ringraziato la Turchia per avere da ultimo aumentato i flussi di acqua da lì provenienti.

La visita che il presidente Gul ha fatto in Iraq proprio alla vigilia del Forum e che pare abbia fruttato questo pubblico ringraziamento, è stata enfatizzata dai media turchi come un evento storico. In seno al World Water Council la politica delle dighe esposta dagli oratori turchi è stata appoggiata dai rappresentanti iracheni, nonostante questa provochi un evidente pregiudizio all’accesso all’acqua da parte dell’Iraq.

Considerato che la scarsità di acqua nella regione rende la Turchia relativamente ricca, è legittimo credere che il Paese stia utilizzando questa relativa ricchezza per imporre la propria autorità come leader regionale? Non va dimenticato che la Turchia sta tentando in questi mesi di condurre una mediazione diplomatica nel conflitto israelo-palestinese, cercando di giocare un ruolo da arbitro e garante della sicurezza e dello status quo in Medio Oriente. Inoltre il difficile cammino verso la tanto sperata annessione all’Unione Europea conosce in questo periodo (nonostante la calorosa “sponsorizzazione” da parte del presidente Obama) una fase di stallo se non di riacutizzata opposizione, senza riuscire a vincere le resistenze interne all’UE in merito al suo ingresso.

Considerando quindi nell’insieme la politica estera turca, sembra a chi scrive che anche la politica idrica stia giocando un importante ruolo per fare in modo che la Turchia possa imporsi come leader  regionale e forse stia preparando un futuro da esportatore di acqua in vista dei tempi in cui questa avrà soppiantato il petrolio.

Conclusioni.

Sembra particolarmente rischioso, a fronte della desolante previsione delle Nazioni Unite per i prossimi decenni, avallare questo genere di politiche fra tutti gli Stati. In particolar modo è addirittura grave che in seno al World Water Council, nato proprio con lo scopo di indirizzare verso politiche di buona gestione, non si sanzioni in alcun modo l’utilizzo dell’acqua come business o come arma di potere politico. Se il World Water Council non ha interesse a condannare questo genere di politiche, né a condannare il crescente numero di privatizzazioni delle acque pubbliche nei Paesi occidentali, come si farà a garantire un futuro sostenibile per le generazioni future? Come si farà a garantire un migliore accesso all’acqua per quei popoli che già adesso non sono tutelati?

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