Elezioni Israele: nuovi possibili scenari


Riduzione confine Striscia di GazaUn conflitto mai chiuso, scene che si ripetono e telespettatori distratti, senza più voglia di capire, pensando di aver capito già tutto e che non ci sia niente di nuovo rispetto a tutte le altre volte nelle quali si sentiva parlare del “conflitto israelo-palestinese”. Sempre le stesse immagini, sempre le stesse ragioni, che non stanno né di qua né di là, semplicemente c’è chi parteggia per gli uni e chi per gli altri. E di solito nella vita accade che tra i due estremi la verità vada cercata nel mezzo, ma nel caso presente non è esattamente così.

In vista delle elezioni israeliane del prossimo 10 febbraio, si analizzano i futuri possibili scenari.Come ampiamente preannunciato da tutti coloro che in qualche modo si occupano del conflitto israelo-palestinese, la tregua stabilita dal governo israeliano e accettata da Hamas è fragile. Altri quattro razzi sono stati sparati in questi giorni da Gaza verso il sud di Israele, la quale ha reagito colpendo nuovamente i tunnel del contrabbando che erano stati immediatamente ripristinati al confine tra Gaza e l’Egitto.

Inoltre Olmert, in apertura del consueto Consiglio dei ministri domenicale, ha affermato che “in caso di lancio di altri razzi da Gaza, la risposta sarà sproporzionata” e il ministro delle Infrastrutture Eliezer ha aggiunto: “abbiamo fissato un prezzo per ogni razzo lanciato da Hamas e dobbiamo fare in modo che Hamas paghi”. Parole che creano un clima tutt’altro che sereno o di predisposizione al dialogo.

A frenare tanta impetuosità è il lavoro della diplomazia. In particolare l’inviato americano Mitchell continua a lavorare per un “cessate il fuoco esteso e rafforzato”.

Per ora la politica adottata è quella dell’ascolto, l’ascolto di tutte le ragioni e le richieste delle parti in gioco. Il punto di arrivo dovrebbe essere l’ormai abusata formula “Due popoli, due Stati”.

Tuttavia creare uno Stato palestinese non è così semplice.

I palestinesi sono più di dieci milioni: di essi un milione e mezzo vive nella striscia di Gaza, due milioni e mezzo in Cisgiordania, un milione e mezzo vive in Israele (sono i cittadini arabi israeliani) ed il resto è sparso nei Paesi arabi vicini e nel resto del mondo.

Alla suddivisione territoriale, si aggiunge una forte frammentazione politica.

I palestinesi della Cisgiordania vivono sotto occupazione; e la politica israeliana degli insediamenti è stata da sempre il maggiore ostacolo alla pace. E poi c’è il Muro che separa i Territori palestinesi e Israele, ma che ingloba importanti porzioni di terre palestinesi con l’obiettivo di preservare alcuni tra i più grandi insediamenti ebraici.

Dal giugno 2007, dopo la cacciata di Fatah, i palestinesi della striscia di Gaza sono in mano ad Hamas, considerata dall’Occidente un’organizzazione terrorista, che nella propria Carta costituente prevede la scomparsa dell’entità sionista, oltre che l’instaurazione di un regime retto dalla Sharia, la legge islamica. La politica di Hamas, legittimamente eletta nel 2006, ha avuto finora il forte limite di concentrare tutte le proprie forze nel combattere Israele piuttosto che di gettare le basi per la creazione di uno Stato palestinese. Incapace di elaborare un programma economico, in un nuovo eccesso di autolesionismo Hamas ha puntato sul confronto militare, provocando la reazione d’Israele che, come si è visto, non ha nessuna remora ad eccedere nell’uso della forza. La responsabilità di Hamas è quella di aver contribuito al congelamento del processo politico portato avanti da Abu Mazen, anche con i lanci di poco pericolosi razzi Qāssam, paralizzando una più proficua discussione sulla creazione della Palestina come Stato, e permettendo ad Israele un nuovo pesante attacco.

Ma alla cattiva politica di Hamas ed a quella fallimentare del governo di Olmert, si contrappone il cambio di rotta di Washington. Con l’elezione di Obama, si aprono nuovi possibili scenari, che dovrebbero passare sia da un rafforzamento dell’Anp e di Abu Mazen come riferimento per le future trattative, sia da un dialogo aperto anche ad Hamas. A ciò si dovrà aggiungere un radicale cambio politico in Israele alle prossime elezioni del 10 febbraio; se questo Governo venisse riconfermato, nonostante si sia macchiato di un massacro di civili con la freddezza ben rappresentata dal ministro degli Esteri Livni, allora l’avvio di un nuovo, globale negoziato di pace sarebbe già inficiato agli occhi di molti.

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