Per Israele non c’è emergenza umanitaria a Gaza


L’operazione “Piombo fuso” va avanti. Il governo israeliano, in vista delle prossime elezioni, cerca di dare un’immagine di forza e di intransigenza.

palestina-donne_340x216La Comunità internazionale, rimasta a guardare all’inizio delle operazioni, si è mossa di fronte ad una reazione oramai considerata enormemente sproporzionata. Ci si muove su più fronti, dalla diplomazia internazionale alle mobilitazioni di gruppi e associazioni. Ma con un imperdonabile ritardo.

A Capodanno, dopo 6 giorni di attacchi israeliani nella striscia di Gaza e oltre 400 morti, il ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni gelava l’Europa e al termine del suo incontro con Nicolas Sarkozy all’Eliseo affermava: “niente tregua”. L’operazione “Piombo fuso” andrà avanti fino a quando il governo israeliano deciderà di cessare le operazioni.

La popolazione civile che vive nella striscia di Gaza subisce la pesante rappresaglia israeliana dopo aver già sopportato per 18 mesi un durissimo embargo, che ha paralizzato la vita nella Striscia, aumentato la povertà, impedito agli ospedali di funzionare, interrotto la fornitura di elettricità e di acqua.

Eppure per Israele non c’è emergenza umanitaria. La Livni ribadisce l’impegno e l’attenzione a distinguere gli attacchi contro Hamas, quindi contro il terrorismo, da quelli contro la popolazione civile: “così facendo la situazione a Gaza è sotto controllo”.

Ancora una volta si sente parlare di operazioni selettive e di bombe intelligenti. Ma l’opinione pubblica mondiale si chiede: usare tanta violenza contro una popolazione inerme, attuare una punizione collettiva com’è l’embargo imposto a Gaza, come può configurarsi come legittima difesa?

Per molti giorni, all’inizio delle operazioni,  non c’è stata nessuna pressione dalla comunità internazionale perché Israele ponesse fine agli attacchi. Il presidente della Commissione esteri israeliana Tzahi Hanegbi interpretava questo silenzio affermando, durante una trasmissione televisiva di Canale 10, che “Il mondo non fa pressioni su Israele perché capisce che lo Stato ebraico ha il diritto di battersi per difendere le proprie case”. Ma è davvero così?

Probabilmente, come scrive l’analista israeliano esperto di strategie antiterrorismo Ophir Falk “per la prima volta dopo molto tempo un’ampia seppur fragile alleanza si è formata fra Israele, gli Stati Uniti ed i Paesi arabi relativamente moderati contro Hamas – un’organizzazione terroristica. La comunità internazionale è consapevole del fatto che Hamas e l’ideologia militante che esso professa e diffonde sono una minaccia non solo per Israele e per la Regione, ma anche per l’intero Mondo Libero”.

E fino ad un certo punto Gaza sembrava completamente sola, abbandonata dalla diplomazia internazionale oltre che dall’opinione pubblica.

Ma dopo troppi giorni di bombardamenti, dopo troppi morti, dopo troppe violazioni del diritto internazionale, dopo troppe immagini agghiaccianti sui giornali ed in TV, l’autodifesa professata da Israele contro i razzi Qassam non è più apparsa credibile come obiettivo, così come non lo è più la giustificazione amorale di quanti accettano i “morti necessari” per arrivare ad una pace duratura.

Da un certo punto in poi la stessa comunità internazionale, i gruppi politici, le Associazioni, tanti semplici cittadini hanno sentito il dovere civile di dire: ora basta. Basta coi massacri, basta con la guerra, con le continue violazioni del diritto internazionale. Basta.

Mobilitazioni si susseguono in tutte le parti del mondo, per condannare l’operazione militare di Israele, chiamando a raccolta centinaia di migliaia di persone. Iniziative si sono svolte anche in Italia, in particolare a Milano e Torino, e il 17 gennaio sono in programma due diversi appuntamenti nazionali ad Assisi e Roma.

Ma far passare così tanto tempo prima di “indignarsi” e mobilitarsi ha fatto sì che, ad  oggi, il numero dei morti sia salito a 900 persone ed in un’area tra le più densamente popolate del mondo,  dove il 48% della popolazione ha meno di 16 anni, sale inevitabilmente il numero di vittime fra i bambini. Senza che si veda uno spiraglio di luce.

Neanche il ruolo di mediatore assunto dall’Egitto fra Israele e Hamas ha portato molto lontano.

Hamas, con l’ apparente sostegno dell’ Iran, continua a respingere un cessate il fuoco: “non faremo concessioni nemmeno sotto i bombardamenti”. Idem per Israele.

E non solo non si accettano tregue durature, ma non si rispettano neanche quelle già concordate di tre ore al giorno.

Il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Uniti ha approvato ieri una risoluzione che “condanna con forza” l’offensiva militare israeliana nella Striscia di Gaza. Il testo chiede l’invio di una missione internazionale indipendente di inchiesta per indagare su eventuali violazioni dei diritti umani. Il testo è stato approvato dai 47 Paesi membri del Consiglio con 33 voti a favore.

Ma Israele dal canto suo afferma che i combattimenti andranno avanti fino a quando non avrà conseguito i suoi obiettivi, obiettivi di cui non si capisce più il senso dopo ben 17 giorni di combattimenti e un avversario che sembra non aver più nessun tipo di resistenza.

Secondo la Livni, intervenuta all’Università di Tel Aviv, “Israele deve rispondere a tutti i lanci di razzi: non fermerà gli attacchi, anche le apparenze contano. Quando Israele dà un’immagine di debolezza, questo indebolisce le nostre capacità di deterrenza”.

Ma ci si chiede: non bastano 900 morti per ridare un’immagine di forza ad Israele?

E poi, come si legge nel saggio di Hannah Arendt “Sulla Violenza”: “se l’essenza del potere è l’effettiva esistenza del comando, allora non vi è potere maggiore di quello che nasce dalla canna del fucile, ma sarebbe difficile precisare in che modo l’ordine dato da un poliziotto si differenzia da quello dato da un bandito”.

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