Libano, la strada in salita del nuovo governo


Medio Oriente: mentre il processo di pace israelo-palestinese arranca, la Francia torna in prima linea per la stabilizzazione del Libano. Ma Hezbollah non demorde.

di Adriano Cirillo

Libano, crocevia fra Oriente e Occidente. Il piccolo Stato rivierasco sul Mediterraneo rappresenta da una parte la porta d’Oriente per la comunità occidentale in Medio Oriente e d’altra parte è lì che la politica araba trova maggiori sintonie nel confronto con gli altri Paesi del Mediterraneo e non. Il Libano è anche quel mosaico delle 18 confessioni religiose, racchiuse in un fazzoletto di terra e che ha la sua vetrina nella bellissima città di Beirut.

Nel proporre una chiave di lettura regionale del Medio Oriente, ecco che bisogna prima di tutto inquadrare la situazione libanese: con speranze e timori le cancellerie occidentali hanno salutato la formazione del governo di unità nazionale, che assegna 16 ministri alla maggioranza, tre seggi scelti dal presidente Suleiman e 11 all’opposizione guidata da Hezbollah (che avrà potere di veto, con le decisioni più importanti che potranno essere prese solo con la maggioranza dei due terzi, cioè 20). il Con il riconoscimento diplomatico da parte della Siria, la fine dell’impasse politica durata 18 mesi potrebbe dare una spinta ai vari fronti ancora aperti per il Libano: la definizione dei confini, la questione palestinese, la normalizzazione con Israele, la riduzione dell’influenza di Siria e Iran nel Paese.

Nel Mediterraneo si stanno ponendo le basi per una nuova politica di stampo francese: il suo attore principale, il presidente Nicolas Sarkozy, rilancia la Francia sul grande gioco internazionale con la “grandeur” tutta francese di voler sfruttare la guida del semestre europeo per traghettare l’Unione verso l’unità costituzionale e politica, senza curarsi troppo di poter essere accusato di neo-colonialismo nei riguardi di Algeria ma soprattutto nel Libano del dopo crisi Hezbollah.  

Eppure, il riconoscimento francese in Libano attraverso la recente visita di Stato ha certamente suggellato i risultati ottenuti dagli accordi di Doha dello scorso 21 maggio, con l’elezione del generale Michel Suleiman a Capo dello stato e, nei giorni scorsi, la formazione del governo guidato da Fouad Siniora. Il vertice ha però sancito l’esistenza di Hezbollah come organizzazione non solo prettamente militare 1 e di resistenza ad Israele, ma come forza di governo, anche se nel ruolo d’opposizione fino alle elezioni che si dovrebbero svolgere nel 2009. La Francia interviene quindi in un Paese dove gli interessi, i rapporti culturali e politici non sono mai venuti meno anche dopo l’indipendenza ottenuta durante la Seconda Guerra mondiale.

Le parole del presidente Sarkozy, pongono però le basi per una frattura con la Siria che ancora una volta risulta sempre più isolata dalla comunità occidentale. Il nuovo rapporto di forza, con l’atteggiamento neo-colonialista assunto dalla Francia, avvelena i rapporti diplomatici ed enfatizza il ruolo a tratti invasivo da parte delle Grandi potenze d’intendere gli affari interni dei Paesi ritenuti strategici. Il Libano non fa eccezione nello scacchiere mediorientale. Se infatti Sarkozy accusa la Siria e di riflesso la Repubblica islamica dell’Iran di interferire nella vita libanese, tradisce allo stesso tempo l’assoluto coinvolgimento di Parigi nel destino di Beirut. La Francia, dopo la Prima Guerra mondiale e il dissolvimento dell’Impero Ottomano, governò il Libano fino al 1943, quando il Paese dei cedri ottenne l’indipendenza, anche se le truppe francesi abbandonarono il Paese solo tre anni più tardi. Ma Beirut, non a caso chiamata la “Parigi del Medio Oriente”, restò il punto di riferimento della politica estera francese nel quadrante.

La Francia non è mai rimasta estranea alla politica interna libanese, anche durante gli anni della guerra civile (1975 – 1990), facendo spesso leva sui cristiani maroniti come elemento di garanzia dei propri interessi nel Paese.

L’atteggiamento neo-gollista di Sarkozy lascia intravedere una Francia sempre più protagonista in politica estera, a cominciare dal Libano.

 

Il Libano ha dalla sua il rispetto della democrazia e delle istituzioni che anche durante la guerra civile hanno sempre continuato la loro opera di governo e di rappresentanza politica nonostante i combattimenti anche all’interno della città di Beirut. Esso diviene crocevia di intrecci finanziari anche grazie all’opera di ricostruzione di Hariri e valvola turistica del mondo islamico con le sue bellezze naturali e artistiche. Un Paese completo che ha nelle parole di un pescatore di Tiro il più profondo dei messaggi per tutte le nazioni: “Lasciate in pace il Libano, terra di persone semplici che in fondo amano la pace e non la guerra degli altri”.

L’accordo di Doha ha chiuso una fase difficile della vita politica libanese, in cui per 18 mesi il centro di Beirut è stato “occupato” dalla tendopoli sciita-cristiana, e che ha paralizzato anche la vita economica del centro commerciale attorno al Gran Serraglio. Il Libano punta ad una riconciliazione nazionale, dove anche la milizia paramilitare Hezbollah si integri all’interno dell’esercito rafforzandolo con risorse finanziarie, militari e umane e nel rispetto dell’integrità territoriale libanese. In breve i punti che hanno permesso l’elezione del presidente Suleiman e la formazione del governo Sinora sono stati riassunti dal presidente della Camera dei Deputati Nabih Berri in quattro punti chiave, sottolineando che tutte le decisioni sono state prese all’unanimità: primo, il riconoscimento all’unanimità dell’appartenenza delle Fattorie di Shebaa e di Kafarchouba al Libano e la necessità di proseguire le trattative per liberare “tutto il territorio libanese” dalla presenza d’Israele; secondo, lo stabilimento dei rapporti diplomatici con la Siria con lo scambio di ambasciatori, come tra due Paesi vicini (incarico affidato al premier Fouad Sinora e annunciato a Parigi); terzo, il disarmo dei palestinesi fuori dai loro campi, e la necessità di raggiungere un disarmo totale dei palestinesi nell’arco di sei mesi; quarto, il raggiungimento della verità sull’assassinio dell’ex-premier Rafic Hariri, con la piena collaborazione di tutte le parti e la richiesta di formazione di un Tribunale internazionale.

Come si vede, si tratta di obiettivi che non intaccano la rete di interessi, di comunicazione e di attività militare degli Hezbollah e che riconoscono per il momento l’esistenza della milizia nella parte meridionale dello stato. Una presenza silenziosa perché ora nel sud al fianco dei soldati UNIFIL è anche presente l’esercito libanese che presidia per la prima volta dal 1943 la frontiera che era stata fissata prima durante il Mandato britannico sulla Palestina e poi dallo stato di Israele.

Il Libano promette di continuare ad esser un ago della bilancia per risolvere le intricate questioni mediorientali, a scapito del desiderio di una vita pacifica e stabile dei libanesi.

 

 

 


 

 

 

1 Riccardo Cristiano, “Beirut, Libano” (UTET, 2008), pag. 183 e seg.

 

 

 

 

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