Libano, la guerra dell’acqua dietro il contenzioso fra Israele e Hezbollah


L’ex ambasciatore a Beirut Franco Mistretta incontra i membri di O.Me.R.O.

“Se Israele restituisse al Libano le fattorie di Sheeba, che continua ad occupare per pompare acqua da due condutture verso la Galilea, toglierebbe alle milizie di Hezbollah la ragione stessa di esistere e si rivelerebbe in tal modo una mossa strategica di grande efficacia”: perché, spiega l’ex ambasciatore in Libano Franco Mistretta, segnerebbe la fine del contenzioso fra Israele e Hezbollah, rafforzerebbe il governo di Fouad Siniora, priverebbe i miliziani di qualsiasi pretesto per rifiutare il disarmo e assesterebbe un colpo micidiale alla nefasta influenza dell’Iran nel Paese dei cedri. Con questo auspicio l’ambasciatore che era di stanza a Beirut durante la guerra israelo-libanese del 2006 ha concluso venerdì scorso un briefing informale con i membri dell’associazione Omero, nella sede della Sioi.

Mistretta, capo missione a Beirut dal 2002 al settembre 2006, ha ripercorso in due ore le principali tappe della storia del Libano, ex provincia della Siria e dal 1943 (anno della fondazione) unico Paese a maggioranza cristiana in Medio Oriente (oggi, secondo stime non ufficiali, i maroniti sarebbero non più del 35% dei 3 milioni di abitanti): “i cristiani maroniti – ha detto – rappresentano da sempre l’ago della bilancia nella secolare rivalità fra sciiti e sunniti, come purtroppo si è visto durante la disastrosa guerra civile di tutti contro tutti che ha dilaniato il Paese per quindici anni e che è terminata con gli accordi di Taif nel 1990”.

E ha poi spiegato perché il Paese dei cedri, solida piazza finanziaria e ambita méta turistica dei Paesi arabi, è risultato negli ultimi anni sempre più ostaggio della sua posizione geografica: “l’influenza dell’Iran ha sconvolto il delicato status quo sul quale si basava la convivenza delle diverse comunità religiose libanesi. La Siria – ha ricordato il diplomatico – non riconosce il Libano come Stato, anche dopo la fine dell’occupazione nel maggio 2005 non ha mai proceduto allo scambio di ambasciatori in Libano e continua ad opporsi all’inchiesta del Tribunale internazionale sul delitto di Rafik Hariri e sugli altri delitti eccellenti avvenuti in seguito. La presenza dei profughi palestinesi internati dal 1948 nei campi, ai quali viene impedito di svolgere qualunque delle 67 professioni riconosciute in Libano, continua a rappresentare un fattore di grande instabilità per il Paese”. Infine, last but not least, c’è l’occupazione da parte di Israele delle fattorie di Sheeba, pochi chilometri quadrati nella Valle di Bekaa, che Israele si è rifiutata di restituire quando, nel maggio del 2000, l’esercito con la stella di Davide si è ritirato dal Golan. “Israele ha sempre addotto come motivazione – ha spiegato l’ambasciatore – la responsabilità di dover fornire l’acqua ai 5 milioni di palestinesi residenti in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, che sono comunque membri della comunità araba del Medio Oriente. Ma la presenza israeliana su quel territorio di pochi chilometri quadrati per vigilare sugli impianti idrici – ha aggiunto – è proprio il motivo per cui le milizie Hezbollah si sono sempre rifiutate di restituire le armi, fattore che come è noto pone seri rischi alla stabilità del Libano e che è alla base della presenza dei 15mila caschi blu dell’Unifil (dei quali 2.500 italiani), che hanno il compito di vigilare sui confini fra Israele e Libano”. Per questo, ha concluso Mistretta, la restituzione delle fattorie rappresenterebbe “una mossa assai intelligente” che cambierebbe la situazione sul campo e aprirebbe, forse, spiragli per una pacificazione globale nel complicato scacchiere mediorientale.

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