Prospettive di integrazione


La comunità rom in Italia è un gruppo etnico estremamente eterogeneo, concepito come gruppo marginale. Una comunità marginale è, per definizione, quella che si trova ad esistere geograficamente, socialmente, o economicamente, lungo un margine, appunto lungo il confine ideale che separa la società dal resto. La marginalità porta con sé, dal punto di vista di noi occidentali, il concetto,quasi il proprio sinonimo, della esclusione da una centralità di cui comunque è parte. Questo concetto è ben noto a tutti ed è per annullare questa esclusione che vengono elaborate strategie di integrazione rivolte a tutti i gruppi ritenuti a rischio marginalità.

Tuttavia la marginalità, la prossimità ad un confine, non ha solo potenzialità negative. Una diversa concezione di marginalità potrebbe portare ad un diverso concetto di integrazione. In particolar modo in una società come la nostra, dove “decentralizzare” è la chiave per ottenere maggiore efficienza, sembra strano che la marginalità possa ancora rappresentare una minaccia e non invece un’opportunità.

1. Il concetto di comunità organica. Partiamo dall’inizio, partiamo dalla storia, partiamo da dove pare che sia partita la comunità degli zingari, partiamo dalla lontana India. Pare che il popolo zingaro fosse originario del subcontinente indiano e che si sia spostato con delle migrazioni a ondate fino a raggiungere, via terra, l’Europa dell’Est e poi  la Spagna.

La comunità indiana tradizionale, basata sulle regole sociali imposte dalla religione indù, si regge su una concezione organica  della vita intesa in ogni suo fenomeno. Siamo stati abituati a conoscere la società indiana tradizionale come una società castale, quindi  una società chiusa e socialmente immobile. In effetti questa rigidità è dovuta al fatto che ogni singolo individuo ha, da quando nasce alla sua morte, un ruolo ed un ambiente predefiniti in cui vivere. Ciò che però non viene mai portato alla luce è la consapevolezza che ogni individuo acquisisce della necessità del ruolo di ognuno per il buon funzionamento della società e per il mantenimento di un equilibrio armonico. Ogni persona, ogni mestiere, ogni essere vivente ha un ruolo che gli permette di contribuire al buon funzionamento del mondo. Società organica, per tornare al discorso principale, significa che non può esistere esclusione, che la marginalità è a suo modo integrata, che ogni risorsa viene sfruttata a beneficio dei gruppi che compongono la società. Se tutti sono utili e se ogni gruppo trova una ragione di esistere e di esprimere il proprio “essere-nella-società”, non potrà mai esistere marginalità né esclusione.

2. Intervenire nei vuoti sociali e di potere. La piccola comunità che vive al margine della società  è comunque da essa dipendente per il proprio sostentamento. Esse sono legate da un comune ordinamento giuridico, una stessa lingua lingua veicolare, uno stesso meccanismo di  rappresentanza politica. La comunità marginale individua e si colloca nei “vuoti” che la società lascia aperti, questo avviene soprattutto per quanto riguarda il mondo del lavoro. Come fa un individuo senza nessuna istruzione a trovare un lavoro all’interno della società, sebbene umile, di cui fa parte solo in modo marginale? È a questo punto che la comunità marginale trova dei vuoti in cui intervenire, il più delle volte, inventandosi di sana pianta alcuni mestieri.

Penso ad esempio alla realtà sociale dei paesi dei Balcani Occidentali. Lì la comunità zingara, ben lungi dall’essere integrata, ha cercato di sviluppare un modus vivendi che si è rivelato vincente.   I loro accampamenti si trovavano ai margini delle città o dei più grossi centri, ed i mestieri da loro esercitati erano (e in parte sono ancora) del tutto inventati. Recuperando il concetto di comunità organica, essa trova il proprio mezzo di sostentamento in attività di utilità sociale (ed estremamente folkloristiche). Dallo zingaro che la sera faceva il giro delle “kafane” per riportare sul suo carretto i mariti ubriachi dai locali alle loro case in cambio di qualche moneta; ai bimbi che “puliscono” le tombe dalle offerte di cibo che i familiari dei defunti lasciano sulle bare in occasione dei funerali, alla raccolta e riutilizzo dei materiali di scarto… La comunità marginale propone anche una caratteristica ecologica, dando nuova vita a tutto ciò che la società concepisce come “rifiuti”.

La società italiana, come tutte le società di tipo occidentale ha bisogno di recuperare questi concetti di organicità e di ecologia, che non devono essere confusi come sinonimi di arretratezza o inefficienza, ma solo come spunti di critica al nostro consolidato e consumistico modo di vivere.

3.Integrazione. Oltre a ripensare il nostro modo di vivere e la nostra organizzazione sociale, ritengo che l’esperienza della “vita da zingari” ci permette di riconsiderare l’intero nostro concetto di   integrazione. Questo processo è sempre stato concepito come attrazione verso il centro ideale della società, quindi in questo caso dare agli zingari uno stile di vita simile al nostro. Non ritengo che questa sia la via d’azione più efficace ad integrare la loro comunità marginale o il modo migliore di rendere sicuri i nostri quartieri. Ma non si potrebbe cercare di innovare l’idea di integrazione avvicinandola ad una concezione più simbiotica, più organica, della società moderna? Se integrare è stato concepito finora come “attrarre verso il centro”, potremmo cercare di creare nuove centralità. Lo sanno bene i sociologi e gli amministratori di ogni parte del mondo che cercano di creare centralità nuove per le aree geograficamente di confine, quindi a vocazione marginale. Chiedere (anche imporre, nel caso necessario) il rispetto delle leggi comuni allo Stato, la tutela dell’infanzia e dei diritti dei bambini e delle donne, ma allo stesso tempo tutelare un modo di vivere del tutto peculiare ad una cultura. È necessario comprendere le caratteristiche proprie ed irrinunciabili dello stile di vita degli zingari, quali ad esempio la spiccata vocazione comunitaria, l’ecologia ed il recupero dei materiali come regole fondamentali nella costruzione del proprio insediamento; il riutilizzo ed il non-spreco delle risorse (poche) che la comunità ha a disposizione; oltre che il mantenimento della vivacità del proprio, atavico patrimonio culturale.

Tutte queste riflessioni, nate durante la visione del documentario realizzato da Stalker e promosso durante l’evento “Rome to Roma” a cui anche OMeRO è stato invitato, hanno portato ad una fondamentale domanda: non potremmo cercare di pensare dei modelli di integrazione che rendessero “organica” la marginalità dei rom? Mantenere un tratto comune fra la marginalità e la centralità, quale la condivisione ed il rispetto di un ordinamento giuridico, educativo, sanitario, comune, per poi cercare di sviluppare, anzi di potenziare, le differenze caratteristiche della cultura e del modo di vivere zingaro. 

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