Architettura: una prospettiva differente


Resoconto dell’incontro con l’Arch. Lorenzo Romito, Presidente dell’Associazione Culturale Stalker rientrato in Italia dalla seconda Riwaq – Biennale di Ramallah – (www.riwaqbiennale.org) dove ha partecipato al seminario ”One City” organizzato dall’architetto Pretti.

Nel corso dei decenni, all’interno della Comunità Internazionale ha prevalso un’impostazione “top-down” nella ricerca di una soluzione definitiva della Questione Palestinese. Si è cercato di calare dall’alto un piano ad hoc, preciso e perfetto, che potesse in un colpo solo fare felici entrambi i Popoli, eliminando questo problema dall’Agenda politica internazionale. Dato il perpetuarsi della sanguinosa lotta per la sopravvivenza, potrebbe essere giunto il momento di affrontare la situazione con una visione radicalmente opposta, incentrata su un’impostazione di tipo “bottom-up” che, valutando il nascere di una strategia di cambiamento proveniente dalle popolazioni, possa investire le politiche, le ideologie e gli interessi di tutti i soggetti attivi in Palestina.

Proprio partendo da una prospettiva differente, nell’Ottobre 2007 l’architetto Alessandro Pretti ha organizzato in Cisgiordania il seminario “One City”, svoltosi nell’ambito della manifestazione denominata “Seconda Riwaq – la Biennale di Ramallah”. L’idea di “One City”, con riferimento all’attuale condizione della città di Gerusalemme e delle città limitrofe di Betlemme e Ramallah, è basata sull’ipotesi di creare una grande conurbazione, che superi il concetto della Barriera di separazione israeliana (Israeli West Bank Barrier), che oggi divide questi territori.

Gli architetti intervenuti a questo seminario hanno cercato di fornire una chiave di lettura nuova che, basandosi sui concetti di processualità e gradualità, sia in grado di proporre una soluzione innovativa, improntata sull’eliminazione di tutti i dispositivi fisici e psicologici che mantengano distanti le due comunità. Nel pensiero degli architetti il Muro rappresenta “più un simbolo che una barriera efficace” (dal momento che in molti tratti è interrotto, perforato o facilmente scavalcabile), mentre detiene “una forte valenza di garanzia psicologica del dispositivo di sicurezza per mantenere distanti i due Popoli”: tutto questo accresce i sentimenti di paura e vendetta e riduce la possibilità di creare un dialogo tra le due comunità.

Nella città di Gerusalemme, poi, la creazione da parte israeliana di un sistema di percorsi aerei e sotterranei, basato sull’occupazione militare dei tetti e sul parallelo scavo di tunnel sotterranei (che ha perfino compromesso la stabilità e l’integrità degli edifici storici della Città antica), al fine di by-passare il nucleo storico racchiuso dalle possenti Mura di Solimano il Magnifico, rappresenta il preludio di una dimensione “urbanicida”, che produce nuove barriere fisiche e psicologiche all’interno di Gerusalemme. Questa “rete arcipelagica”, che trasferisce su terra il tipico meccanismo di colonizzazione insulare utilizzata dalla Repubblica di Venezia, permette il controllo e la protezione dall’alto del territorio e fornisce un collegamento immediato con gli insediamenti israeliani in Palestina, tramite i “by-pass spazio-temporali” descritti in precedenza.

Durante il seminario, si è cercato di andare oltre il concetto di contingenza, al fine di superare il modello esistente imposto dagli Israeliani, costruendo un ragionamento basato sul principio di reciprocità che, presuppone la capacità di guardare la situazione diversamente, in modo che gli Arabi riconoscano agli Ebrei in Palestina il diritto di risiedere, che è lo stesso che si vuole sia riconosciuto ai Palestinesi presenti in Israele. Nel caso in cui i Palestinesi dessero la possibilità ai coloni di rimanere in Palestina, potrebbero essere superati gli enormi ostacoli esistenti al riconoscimento della cittadinanza israeliana dei Palestinesi, andando incontro al desiderio di tutti coloro che vorrebbero tornare in quel territori. Questo primo passo da parte palestinese comporterebbe un cambiamento radicale della prospettiva: è in base alla strumentalizzazione del nazionalismo se i palestinesi ricadono nel vittimismo. Con riferimento ai confini stabiliti dalle risoluzioni dell’ONU nel 1967, il riconoscimento reciproco delle due comunità, tramite l’analisi delle realtà speculari e del modo in cui agiscono sul territorio, porterebbe a capire in quale modo questo sguardo d’odio possa cambiare, dopo aver smussato le mura di queste enclavi.

Combinando l’idea di “One City”, incentrato sulla grande conurbazione delle città di Gerusalemme, Betlemme e Ramallah, con il modello di “ReciproCittà”, città fondata sul principio della reciprocità tra i due popoli, si potrebbe ipotizzare una nuova Road Map costruita sul riconoscimento dell’esistenza delle due entità, della alterità all’interno di queste, della reciprocità delle condizioni di vita. Si darebbe principio al processo finalizzato a rendere permeabili i margini di queste realtà, che sono da considerare delle vere e proprie enclavi nel territorio, e di conseguenza incominciare a procedere verso quella che appare come l’unica possibilità, vale a dire la costituzione di un territorio post nazionale, in cui ci sia la garanzia per i diritti dei cittadini e non ci sia nessun livello discriminazione su base etnica e religiosa.

A proposito di questa nuova prospettiva per la Palestina, è stato proposto un intervento sugli spazi pubblici del campo profughi di Al Fawar, posizionato sulle colline a sud di Hebron. Questo campo, che sin dal 1967 è sotto l’occupazione militare di Israele (Zona C), potrebbe rappresentare per le sue caratteristiche strutturali, che lo avvicinano ad un vero e proprio quartiere cittadino di circa 7000 abitanti, una zona modello dove creare una sorta di enclave. In questo modo si potrebbe porre ai margini della stessa realtà palestinese, in un contesto separato in cui poter coltivare l’ideologia del ritorno attraverso il susseguirsi delle generazioni, in contrapposizione a quella nazionale, che utilizza le popolazioni senza terra come strumento politico nei confronti di Israele. Sarebbe necessaria la protezione da parte dell’ONU (tramite l’UNHCR e l’UNRWA) dei limiti del campo in modo tale da poterne garantire lo sviluppo in totale sicurezza.

Questo modello innovativo si può confrontare con il processo di “gentrificazione” della città di Jaffa iniziato alla fine degli anni Quaranta. Il 14 Maggio 1948, le truppe israeliane occuparono la città, dopo aver sconfitto i Palestinesi. In seguito gli israeliani riuscirono ad eliminare, attraverso il meccanismo dell’espropriazione della terra, la millenaria presenza maggioritaria della popolazione araba, fino alla creazione, avvenuta il 24 Aprile 1950, di un’unica Municipalità denominata Tel Aviv – Yafo. Dopo questa conurbazione, fu avviato un processo di trasformazione complessivo, al fine di creare un brand storico-turistico dell’area, con la gestione collettiva del territorio da parte israeliana, da far passare quale esempio di modello di società multietnica e integrata.

Dal 1967 ad oggi, nessuno aveva mai proposto la via concepita dall’architetto Romito, che presupponendo un discorso di gradualità, basata sullo scorrere del tempo, sullo svolgimento dei processi e sul susseguirsi delle generazioni, si contrappone alla modalità finora attuata della ricerca di una soluzione definitiva e immediata della situazione. Proponendo di partire dalla possibilità di rinnovare le pratiche di relazione fra le due popolazioni, si vuole completamente rovesciare la visione classica di contrapposizione tra i contendenti di un conflitto, per introdurre un principio di riavvicinamento tra i due popoli, che storicamente mai è stato accolto da quella realpolitik, che ha assicurato in qualche modo la linea di confine esistente, utilizzandola come spartiacque fisico e psicologico.

Dall’analisi di questa nuova idea, sorgono spontanee alcune considerazioni. Innanzitutto, durante il processo d’integrazione, bisognerebbe tutelare le popolazioni residenti nelle due entità in territorio altrui, non solo dal rischio di una possibile ghettizzazione futura, ma anche dalla possibile perdita delle peculiarità etniche. Riguardo a questi pericoli, le Nazioni Unite rivestirebbero un ruolo di fondamentale importanza nel garantire la sicurezza delle aeree e nell’intermediazione con i due popoli in conflitto. Questi ultimi dovrebbero sicuramente condurre a ragione le rispettive ali estremiste, per iniziare a guardarsi reciprocamente in modo nuovo, in uno schema non più basato sulla simmetria del dominatore e del dominato, acconsentendo allo svolgimento di un lenta evoluzione che conduca alla costituzione di un territorio post nazionale.

In secondo luogo, sarebbe fondamentale che una tale prospettiva fosse accettata da tutti gli Stati del Medio Oriente, in modo tale da evitare ingerenze che destabilizzino il processo di riavvicinamento dei due Popoli. Infine, anche gli attori economici presenti nella regione, come ad esempio la World Bank e le istituzioni ad essa collegate, dovrebbero cercare di promuovere l’integrazione economica dell’area con degli strumenti nuovi, sia di tipo finanziario che commerciale, implementando l’iniziativa privata, il microcredito, lo sviluppo sostenibile agevolando in questo modo la creazione di una economia stabile ed avanzata che possa gettare le basi economiche di un eventuale Stato post nazionale.


Una conurbazione è un’area urbana comprendente alcune città che, attraverso la crescita della popolazione e l’espansione urbana, si sono fisicamente unite a formare un’unica area edificata.
La gentrificazione (in inglese, gentrification) è un fenomeno secondo il quale le periferie urbane degradate da un punto di vista edilizio e con costi abitativi bassi, nel momento in cui vengono sottoposte a restauro e miglioramento urbano, tendono a far affluire su di loro nuovi abitanti ad alto reddito e ad espellere i vecchi abitanti a basso reddito.

 

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