L’opinione di Tariq Ramadan sulla Fiera del Libro: “Parliamo di Israele ma anche della crisi a Gaza” di Enrico La Rosa


Sulla situazione israelo-palestinese e sulla mostra del libro di Torino è intervenuto di recente anche Tariq Ramadan alla trasmissione Radioanch’io di Radio Uno.

Tariq Ramadan è un potente oratore, già consigliere di Tony Blair. Intellettuale di origine egiziana e nipote di uno dei fondatori dei “Fratelli musulmani”, l’accusa principale che gli viene mossa è quella dell’ambiguità: ovvero di parlare con gli occidentale un linguaggio pluralista, aperta, dialogante e di riservare toni assai più provocatori, a tratti “estremisti e fondamentalisti” quando si rivolge ai suoi correligionari.

Ramadan ha sostenuto il boicottaggio della Fiera del libro di Torino. All’obiezione secondo la quale se non si può festeggiare la fondazione di uno Stato ne discende quasi automaticamente l’affermazione secondo cui “Israele non ha il diritto di vivere”, equazione di molti antisemiti e dei detrattori di Israele, Ramadan replica di “non aver mai fatto un’affermazione del genere”. “Mi ripeterò nel dire – aggiunge – che questo non è un tema che mi riguardi. Si riduce il discorso se ci si limita a questo. Noi dobbiamo sottolineare che, in un modo o nell’altro, il governo d’Israele sta sfruttando a proprio vantaggio questo momento di festa e noi non dobbiamo ignorare questo aspetto. E’ un po’ come se si invitasse l’Iran a una manifestazione culturale dicendo sì, ma non si parla di politica, si parla solo di letteratura. Io non nego assolutamente che Israele abbia diritto ad esistere. Però, dobbiamo ricordare che quando vengono fatti festeggiamenti di questo genere, anche se nell’ambito di una Fiera del libro, si sta mandando un messaggio politico. Bisogna stabilire se siamo pronti, o meno, ad accettare quello che sta accadendo in questo momento a Gaza. Sono due i segnali che dobbiamo inviare. Da una parte siamo aperti a ogni tipo di dibattito e a qualunque tipo di coinvolgimento con gli autori israeliani, con la cultura israeliana, ma non possiamo tacere su quello che sta accadendo: gente che non ha energia elettrica, che non ha da mangiare. Una situazione politica che non possiamo ignorare”.

E ancora: “Io condanno qualunque forma di antisemitismo e razzismo. Su questo non possiamo avere dubbi, sono 15 anni che lo sostengo. Ma il dibattito al quale stiamo partecipando non deve cadere nella trappola di ridurre i termini del discorso. Io condanno chiaramente l’antisemitismo, qualunque forma di antisemitismo, compreso il tentativo di negare il diritto di esistenza dello stato di Israele. Ma, se non sbaglio, c’è qualche contraddizione da parte di chi, dopo avere sottolineato che si tratta di una fiera del libro e non di festeggiare la creazione dello stato d’Israele, aggiunge che questo Stato è stato creato a seguito di una decisione delle Nazioni Unite. Si, è una fiera del libro, però si parla anche di uno Stato. Io sostengo che se vogliamo parlare di pace, se vogliamo parlare della situazione che si è venuta a creare con la politica israeliana, che non ha niente a vedere con il negare il diritto all’esistenza dello stato d’Israele, allora è chiaro che si sta parlando di una situazione drammatica. Vi è un blocco, vi sono costantemente dei morti. E dire che invitiamo Israele senza invitare il governo è fuorviante. Noi non siamo stupidi, non possiamo ignorarlo. E poi l’ultimo aspetto. Si, saranno presenti scrittori arabi e musulmani che hanno voluto aderire all’iniziativa della fiera del libro, ed io rispetto la loro decisione. Ma, se vogliamo davvero agire contro le posizioni di fondamentalismo e radicali, dobbiamo avere un dibattito ed uno scambio di idee, non dobbiamo inviare segnali sbagliati festeggiando la creazione di questo Stato, perché, così, non facciamo che alimentare le posizioni dei terroristi, che possono riuscire ad ottenere, in questo modo, maggiori consensi”.

Secondo Ramdan “è un messaggio errato che dobbiamo evitare di mandare. Io, quindi, chiedo agli organizzatori della fiera del libro: ‘Sareste pronti ad invitare l’Iran, ma al tempo stesso dire che non s’invita lo Stato, ma solo gli scrittori’? Non lo so. E questo perché sappiamo bene quale sarebbe la percezione generale”.

“Credo che la mia posizione sia abbastanza chiara. Sarò il primo ad andare a qualunque incontro con scrittori israeliani. Però, non diteci che non si sta festeggiando anche la creazione e la nascita dello stato d’Israele. E poi occorre ricordare che dobbiamo dire ‘no’ a una politica. E, così può essere chiara la nostra posizione”.

Alla fine dell’intervista Ramadan sembra voler girare pagina, di voler pensare in positivo, tendere una mano ai rappresentanti israeliani: “Sono a favore di una soluzione in due fasi. Innanzitutto credo che sia chiaro che dobbiamo lavorare per la creazione di due Stati che debbono vivere fianco a fianco. Non credo che possiamo affermare, come è stato detto, che la situazione attuale fra Israeliani e Palestinesi sia necessariamente svincolata dalla posizione dei Paesi arabi, anzi io critico la posizione degli Stati arabi che si sono opposti alla creazione di due stati in grado di convivere fianco a fianco. Ma non possiamo semplicemente dare la colpa agli Stati arabi ed evitare di dare la colpa allo stato d’Israele. Sì, ci sono degli Stati che non sono pronti a trovare una soluzione e sono ipocriti. Vengo criticato, per esempio, dalle dittature dell’Arabia Saudita, dell’Egitto. Non posso, però, neanche andare negli Stati Uniti perché lì sono stato accusato di avere rifiutato il mio sostegno alla guerra in Iraq”.

“Non sto dicendo – dice ancora – che il mondo arabo non sia colpevole. Anzi, sono il primo a dare la colpa ai Paesi arabi per quello che è successo. Però, questo non significa che dobbiamo evitare di esaminare la situazione. Voi accettate quello che sta dicendo la comunità internazionale ad Israele? Di quello dobbiamo parlare, non dobbiamo fermarci al discorso dell’antisemitismo. Siamo tutti contro l’antisemitismo, ma cerchiamo di parlare anche del black out a Gaza. Dobbiamo parlare anche delle colpe di questo Stato. Dobbiamo fare qualche cosa per evitare che continuino a morire dei civili nello stato d’Israele”.

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