Unire le voci di pace


Scrittori “pacifisti” & opinion leader polemici: viaggio nella narrativa arabo-israeliana dopo le polemiche sull’Ospite d’onore della Fiera del Libro di Torino dall’8 al 12 maggio

Si parla ormai da tempo di una “Età dell’oro” della letteratura israeliana, grazie ad autori come David Grossman, Abraham B. Yehoshua, Meir Shalev e Amos Oz, dei quali alla Fiera del libro di Torino verranno presentati gli ultimi romanzi. Scrittori “pacifisti”, che chiedono pubblicamente la creazione di uno Stato palestinese. Eppure, mentre si scopre con piacere nei loro libri una forte necessità di capire e di andare incontro alle ragioni dell’altro, suscitano stupore le loro interviste sul boicottaggio della Fiera.

Ci si aspetterebbe di ritrovare nelle loro interviste lo stesso spirito illuminato, la stessa empatia, lo stesso tentativo di comprensione presente nei loro romanzi; e ci si scontra invece con affermazioni dure, con parole che sembrano scritte da altri. Il dubbio scompare e si fa strada una visione limitata, dove le ragioni stanno da una parte sola e i prezzi pagati dalla controparte sono “conseguenze purtroppo necessarie”.

Nell’ultimo romanzo di Yehoshua, “Fuoco amico”, ci sono dei passi intensi e toccanti: un padre va alla ricerca della verità sulla morte del figlio, ucciso dal “fuoco amico” di un commilitone, e scopre che il figlio ha commesso una sciocchezza per un eccesso di educazione verso una famiglia palestinese che abitava nel palazzo che la sua squadra teneva sotto assedio. E quando il padre cerca la famiglia palestinese per ricordare con loro suo figlio, pensando di trovare compassione per il ragazzo morto e partecipazione alla sua pena, trova invece rabbia e indifferenza. Dapprima non ne capisce la ragione, ma poi parlando con una ragazza palestinese che abitava lì, costretta dalla continua occupazione ad una vita piena di sofferenza, che accusa gli israeliani di essere chiusi in se stessi, di non integrarsi e di non permettere che gli altri si integrino con loro, capisce che quella ragazza non può provare compassione nei confronti del ragazzo che era lì per uccidere uno del suo popolo e tenere soggiogati lei e la sua famiglia. Sconvolto da tanto dolore e stanco di una situazione che sembra non avere fine, la sua identità culturale diventa un peso troppo grande: decide di trasferirsi in Africa, dove non c’è traccia della cultura né della storia ebraica e dove è possibile per lui essere semplicemente un essere umano. Non farà più ritorno ad Israele, una scelta drastica e oltremodo sofferta per un israeliano.
E lo si capisce bene ascoltando un’intervista a Grossman. Alla domanda di Fabio Fazio se sia una fortuna o una sfortuna nascere da una parte o dall’altra del mondo, il celebre scrittore israeliano risponde che nonostante lo stato di guerra perenne, nonostante un figlio di vent’anni ucciso nella guerra col Libano nel 2006, lui non considera essere nati in Israele come una sfortuna perché – dice – bisogna vivere una vita che abbia un significato e “Israele è il luogo” perché “Israele fu creata perché noi ebrei non fossimo più vittime”.

Probabilmente è da qui che bisogna ripartire: dal provare a capire anche le ragioni israeliane.

E la scrittura, la parola, con tutta la sua forza, forse è il modo migliore.

Ne è un altro esempio il racconto di Amos Oz, che scrive nell’autobiografia di aver avuto una discussione con un anziano al quale doveva dare il cambio alla guardia di un kibbutz e, per rassicurarlo riguardo alla sua giovane età, gli dice di non preoccuparsi perché saprà tenere lontani i palestinesi anche con la forza. Ma il vecchio risponde: “Ma loro hanno ragione, perché noi li abbiamo scacciati dalle loro case e abbiamo preso le loro terre, come potrebbero non tentare di riprendersele?”. E Oz gli chiede: “Allora noi abbiamo torto?”. E il vecchio: “No, anche noi abbiamo ragione, perché questa era la terra dei nostri avi, il sogno dei nostri nonni, perché qui possiamo sviluppare una nostra cultura, avere una nostra agricoltura, ecc”.

Se dunque avvicinarsi alla letteratura israeliana vuol dire trovare parole così coraggiose, che spiegano con tanta passione le ragioni di entrambi, la Fiera del Libro ha un senso e non può essere boicottata. Anzi proprio questi autori, così vicini nei loro scritti al popolo palestinese, dovrebbero capire la protesta di coloro per i quali la nascita di Israele è chiamata la Nakba, “la Catastrofe”.

Se la loro fama di scrittori “pacifisti” è reale e autentica, allora perché interviste così dure su chi sostiene il boicottaggio, perché tanta chiusura? Traggano le conseguenze più coerenti con i loro libri ed esigano che la Fiera del libro non diventi un omaggio a Israele né un luogo di propaganda: chiedano alle autorità politiche di non partecipare.

A Torino uniscano la loro voce a quella dei palestinesi, si uniscano alla loro sofferenza contro le aggressioni, contro l’occupazione. Perché se ha ragione lo scrittore palestinese Muin Masri a scrivere che “quella tra noi palestinesi e gli israeliani non è mai stata una guerra come le altre, corpo a corpo: è un conflitto per il cuore e per la mente, che ci ha trasformati tutti in soldati, vittime e carnefici allo stesso tempo”, allora gridino gli scrittori israeliani al proprio governo che quel che si sta onorando a Torino – attraverso la letteratura – non è la politica, ma la sofferenza di due popoli.

Vogliamo chiudere questa riflessione con l’elegia con cui Muin Masri ha invitato gli intellettuali arabi e israeliani a non disertare l’appuntamento di Torino: “Scrivi, scrivi nemico mio, tu che puoi girare liberamente il mondo: descrivi il tuo, il mio amore per la stessa terra, parla della nostra gente, di come è bella e triste, racconta di come si vive in un perenne stato di assedio e di guerra, dell’amore delle madri per i propri figli e la loro paura di vederli crescere troppo in fretta, diciottenni e già soldati o kamikaze per difendere o per riprendere il pesante sogno ereditato dai loro bisnonni. Disegna la nostra cella piccola e buia, e quando l’elegante pubblico, tra il credulo e il dubbioso, ti chiede spiegazioni ti prego, sorridi e abbi pazienza, spesso gli altri, fanno finta di non comprendere le pene d’amore. Buona Fiera”.

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