Tra violazioni e abusi, lo stallo del processo di pace


Colloquio con la sociologa palestinese Samira Al Sakka 60 anni dopo la Nakba

di Enrico La Rosa

E’ il sessantesimo anniversario della nascita d’Israele. Meglio sarebbe dire che è il sessantesimo anno di guerra in Palestina. Sembrerebbe più appropriato parlare di sessant’anni di conflitto. Della mancata attuazione della volontà della comunità internazionale e delle direttive delle Nazioni Unite. Del pretesto di cui si è avvalso il giovane stato d’Israele per espandersi sempre più, passando dal misero 6% delle terre palestinesi in suo possesso alle dimensioni attuali, dopo avere aumentato di un terzo il territorio che gli era stato assegnato. Della mai smentita costruzione di ordigni nucleari israeliani, quelle armi di distruzione di massa il cui solo sospetto di possesso è stato sufficiente allo sconquassamento di interi Stati e alla minaccia di fare altrettanto con altri. Dell’esilio inflitto a centinaia di migliaia di Palestinesi, cui è vietato il ritorno in patria, per non turbare l’equilibrio demografico esistente fra le due popolazioni. Dello stato Palestinese, mai nato, anzi nato morto, e del quale si sono divise le spoglie l’Egitto e la Giordania, creando le premesse per un interminabile conflitto. Del terrorismo islamico, che nella situazione palestinese affonda pretestuosamente le radici per contrastare l’avanzata del neocolonialismo di tipo economico e finanziario di matrice americana, che non ha potuto evitare che soggetti emergenti, ancora più spregiudicati, cavalcassero l’onda dei flussi della globalizzazione generalizzata e della finta liberalizzazione dei mercati. Di tutto questo abbiamo parlato con la sociologa palestinese Samira Al-Sakka, sociologa palestinese docente all’università di Algeri, dove è dovuta restare in seguito alla chiusura delle frontiere palestinesi.

Membro molto attivo della comunità palestinese in diaspora e figura di punta del movimento di emancipazione femminile, Samira al Sakka ha uno sguardo disincantato sullo stallo del processo di pace. “Nella zona di Gerusalemme Est – ricorda – Israele continua a spogliare i Palestinesi delle loro terre, a distruggere le case adducendo quale pretesto la mancanza di permesso di edificazione e a proseguire i lavori d’indebolimento della moschea di Al-Aqsa. Il mancato rispetto degli impegni assunti ad Oslo, così come il fallimento dei negoziati di Camp David (previsti dalla seconda fase degli accordi di Oslo), hanno portato alla seconda Intifadha, che è conforme alla convenzione di Ginevra che riconosce il diritto dei popoli a resistere all’occupazione straniera. Quanto alle presunte minacce di Teheran, che cosa rappresentano, paragonate alla capacità nucleare di Israele, che minaccia tutta la regione?”.

Anche “l’elevata natalità dei Palestinesi è ampiamente compensata dal flusso senza limiti di ebrei provenienti da tutto il mondo: Israele difende il diritto al ritorno in Israele di ogni ebreo, ma non accetta il ritorno dei Palestinesi nella loro terra, secondo quanto previsto dalla Risoluzione 194 delle Nazioni Unite sul diritto al ritorno”.

“L’economia dell’Autorità palestinese – dice ancora – è stata compromessa da una serie di fattori ad essa estranei come il blocco, l’embargo, gli attacchi israeliani (aerei e terrestri) contro i Palestinesi, la chiusura delle frontiere dei “territori” e le ripetute incursioni dell’esercito israeliano (come la recente operazione a Gaza denominata “inverno caldo”, che ha causato più di cento morti, prevalentemente donne e bambini). L’economia palestinese è dipendente al 100% da Israele. L’acqua rappresenta di gran lunga il bene più prezioso di tutta la regione, ma Israele s’è accaparrata l’acqua dei fiumi, dei pozzi, delle falde freatiche, privando i Palestinesi delle loro risorse idriche”.

“L’università israeliana, che è stata fondata molto prima della creazione dello stato d’Israele, riceve sostegno finanziario e scientifico dalla lobby ebraica mondiale, mentre l’università palestinese, creata molto più recentemente, non dispone che di pochi mezzi e subisce frequenti ingiunzioni di chiusura da parte delle autorità israeliane. La preoccupazione degli studenti è quella di riuscire a frequentare i corsi, malgrado la presenza dei check point. Senza parlare del Muro di divisione, la cui costruzione ha richiesto l’abbattimento di migliaia di ulivi millenari, il sacrificio di una grande quantità di terreni agricoli e la distruzione di molte case”.

Malgrado la complessità dei problemi sul tappeto, la Al-Sakka vede dei segnali di speranza nel ruolo delle donne e dei leader religiosi, due categorie finora escluse dai negoziati di pace, e nella nuova stagione politica che si aprirà nel 2009 con il prossimo inquilino della Casa Bianca. “Occorre incoraggiare il dialogo delle religioni monoteiste e fra le diverse civiltà per favorire l’avvicinamento dei popoli del mondo intero. L’aumento dell’odio verso l’Islam registrato di recente in molti Paesi ha fatto nascere l’odio tra i popoli. Le organizzazioni femministe e alcune associazioni israeliane della società civile collaborano con associazioni arabe nel manifestare contro la decisione dell’embargo e per l’accesso di medicinali e viveri alla popolazione di Gaza. Speriamo che la prossima amministrazione americana sia più equidistante di quanto non sia stata quella di Bush”.

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Una Risposta

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