Bomba demografica



Lo scenario del Medio Oriente viene generalmente rappresentato con gli stereotipi della militarizzazione del conflitto, con ripetuti tentativi da parte dei politici di porre un freno alle violenze sia degli israeliani che dei palestinesi o infine con tavole rotonde con attori locali e internazionali impegnati nella ricerca della pace. Eppure è necessaria una diversa lettura dei problemi principali della terra posta fra il fiume Giordano e il Mediterraneo (clicca qui per la cartina ad alta risoluzione). La comunità internazionale vorrebbe a parole indirizzare la “questione palestinese” verso una pacifica soluzione, ma nei fatti avalla il congelamento dello “status quo” esistente sul territorio attraverso gli strumenti più improbabili per raggiungere una pace vera e duratura: perché la “Barriera di Separazione” da una parte sancisce dopo più di 40 anni di occupazione che oltre il “Muro” non c’è lo stato di Israele e dall’altra viola il diritto internazionale annettendo all’interno del Muro anche porzioni di terre che non spetterebbero a Israele.

Gaza è libera dall’occupazione, mentre con la costruzione della Barriera la Cisgiordania viene definita nei suoi contorni statuali ed è proprio in questa fase che Israele detterà le condizioni per garantire il carattere ebraico e semi-confessionale dello Stato, circondato ai confini dai Paesi arabi. Per l’establishment israeliano è di importanza vitale ragionare sui numeri per permettere ad Israele di rimanere uno Stato prevalentemente ebraico. Basta scorrere alcuni dati elaborati dal preside della facoltà di Statistica della Hebrew University di Gerusalemme, il demografo Sergio della Pergola, sui censimenti e le stime effettuati nel 2005:

  • Popolazione di Israele: 6.990.700 abitanti, dei quali 5.613.600 (l’80,3%) ebrei e 1.377.100 (19,7%) arabi. I quasi sette milioni di israeliani comprendono 130.000 cristiani e 100.000 drusi;
  • Popolazione della Cisgiordania: la stima è di 2.247.100 dei quali 247.100 ebrei (11%);
  • Popolazione di Gaza: la stima è di 1.350.000 (nessuna presenza ebraica).

Passando ad una lettura più approfondita, vediamo che lo stato di Israele è suddiviso in 45 regioni naturali con le seguenti caratteristiche etniche:

  • 36 regioni naturali con 5.369.500 abitanti, con una maggioranza ebraica di 4.948.000 ebrei (92,2%) ed una minoranza di 421.500 arabi (7,8%);
  • 9 regioni naturali (delle quali 7 in Galilea) con 895.400 abitanti, con una maggioranza di 694.200 arabi (77,6%) ed una minoranza di 201.000 ebrei (22,4%);
  • Il Golan ha una composizione etnica equa con 38.900 abitanti (45% composti da ebrei); a Gerusalemme Est vivono 440.000 abitanti (circa il 45,5% di cittadini israeliani).

Carta israeleSe ci soffermiamo sulle regioni a prevalenza araba, vediamo che 60 anni dopo l’indipendenza la politica degli insediamenti israeliani ha determinato – soprattutto in Galilea – una presenza ebraica del 22% in quelle aree dove prima del 1948 erano pressoché assenti: a Nazareth, capoluogo dell’area, il risultato è oggi addirittura del 50% della popolazione di religione ebraica, il 25% di religione musulmana e il 25% di religione cristiana.

Le due regioni naturali con 230.000 abitanti arabi poste invece a nord-est di Tel Aviv (conosciute per la città di Taibe e più a nord per il cosiddetto Triangolo, con la cittadina di Umh al Fahm) rappresentano invece le aree che in un ipotetico Trattato di pace verrebbero scambiate con i blocchi di colonie presenti in Cisgiordania (blocco di Ariel, Mahle Adumim, Etzion) dove risiedono180.000 ebrei, cioè il 74% dei coloni residenti nei Territori occupati.

Le autorità israeliane considerano lo scambio territoriale un rimedio ai bassi livelli di fecondità della popolazione ebraica in confronto ai tassi di fecondità dei cittadini arabi israeliani e di quelli ancora maggiori degli arabi palestinesi residenti nei Territori occupati della Cisgiordania: da qui deriverebbe l’ipotesi dei 250 kmq del “Triangolo” in cambio di 440 kmq dei Territori occupati. Ma, con l’appoggio per quanto flebile dalla comunità internazionale, i palestinesi hanno fatto presente a più riprese il proprio diritto ad un territorio contiguo, funzionale e che non sia spezzettato a macchia di leopardo all’interno del territorio israeliano.

La Cisgiordania secondo gli Accordi di Oslo rappresenta “il tallone di Achille” della politica demografica israeliana. Le aree denominate A, B e C in cui è attualmente suddivisa hanno avuto lo scopo di frantumare la compattezza della presenza araba dei territori. Nella zona A su 716 kmq vive il 64% dei due milioni dei residenti arabi; nella zona B su 1430 kmq vive il 33% dei residenti arabi e nella zona C su 165 kmq vive il 3% dei residenti arabi. Tutto il restante territorio palestinese della Cisgiordania, pari al 58% dei 5505 kmq, è direttamente controllato da Israele e non comprende arabi: va sottolineato che tale area comprende anche la Valle del Giordano con il 28,5% della Cisgiordania che rappresenta l’area fondamentale sulla quale si sta concentrando la politica di insediamento israeliana prima di ogni trattativa finale con l’eventuale nascituro Stato palestinese.

Chiudiamo questa analisi sulle cifre della politica degli insediamenti e sui potenziali scambi territoriali con le proiezioni della crescita delle due comunità nei prossimi decenni:

Percentuale di ebrei sulla popolazione totale in Israele e Palestina nel periodo 2000-2050 e in contrasto la presenza araba sia in Israele che nell’intero territorio della Palestina storica.

ANNO PROIEZIONE ISRAELE ISRAELE E PALESTINA

2000 MEDIA 81.4 55.5
2010 MEDIA 79.4 51.1
2020 MEDIA 77.2 46.7
2050 MEDIA 73.8 37.4

Come si evince dai dati, la soluzione del conflitto passa necessariamente attraverso passi significativi verso la realizzazione di uno Stato palestinese funzionale, economicamente autonomo, stabile nelle strutture amministrative ed omogeneo dal punto di vista etnico. Le autorità israeliane e quelle palestinesi dovranno pertanto muoversi per garantire a tutte le parti in causa i propri diritti, senza poter eludere le questioni cruciali di Gerusalemme, dei Luoghi Santi, dei profughi, delle risorse naturali e dell’omogeneità etnica. Il tutto in un quadro territoriale ben preciso e che garantisca al nascente Stato palestinese almeno il 22% della Palestina storica, quella sotto il “Mandato” britannico. Anche se tale obiettivo non coinciderà con la Linea Verde del 1949.

Sergio Della Pergola, “Israele e Palestina: la forza dei numeri” (Il Mulino, 2007), pag. 115-116

Sergio Della Pergola, op. cit., pag. 197.

Sergio Della Pergola, op. cit., pag. 71 [vd. anche su questo blog Tesina del sottoscritto del Master in Geopolitica “Il Nuovo Mondo” organizzato dalla SIOI a Roma nel 2007, “Progetti per la pace in Palestina” pag. 9].

Riferimento alle tabelle di Sergio Della Pergola, The Hebrew University of Jerusalem.

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Una Risposta

  1. Analisi interessante e condivisibile. Il fatto è che il conflitto israelo palestinese non è che una piccola faccia del problema più grande, infinitamente più grave, dell’insostenibilità dell’attuale ritmo di sviluppo demografico planetario.

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