LA ROULETTE IRANIANA


LA ROULETTE IRANIANA, Oltreillimes 15/03/2006

Perché Bush è tanto accanito contro l’Iran? Perché sembra rifiutare ogni possibile compromesso sul programma nucleare iraniano, compreso quello relativamente ragionevole proposto dai russi? Perché non tiene conto delle raccomandazioni alla prudenza dei suoi stessi alleati?

Conviene cominciare dagli interessi energetici. Terzo produttore mondiale di petrolio, l’Iran è secondo per le riserve stimate di idrocarburi, con la migliore prospettiva di longevità dei suoi giacimenti grazie all’abbondanza di gas naturale. Sono soprattutto le sue riserve a far gola alle companies americane, che hanno dovuto segnare il passo a causa dei vincoli imposti da Clinton (l’Executive Order 12959). Questa autolimitazione perdurerà finché non cambierà il regime iraniano. Quindi la questione del nucleare è un ottimo pretesto per avviare l’auspicato cambio di regime a Teheran, che secondo i calcoli della Casa Bianca può avvenire solo per soffocamento. Ciò significa mobilitare un’ampia coalizione che possa rafforzare e ampliare il regime delle sanzioni, finora solo americane e quindi aggirate da parte iraniana. Così si spiega il tenace lavoro diplomatico che in due anni ha portato il caso Iran davanti al Consiglio di Sicurezza. A dimostrazione che anche l’Onu può servire gli interessi americani, specialmente se a rappresentarli c’è un superfalco come l’ambasciatore Bolton.
D’altra parte l’insistenza di Teheran sul nucleare dimostra che la leadership iraniana è consapevole che dagli esiti di questo scontro dipende il suo stesso futuro, e che l’asfissia americana, se ampliata a livello internazionale, renderà impossibile il mantenimento delle promesse elettorali di benessere sociale per i poveri che hanno favorito l’ascesa di Ahmadinejad. Un regime di sanzioni imposto di fatto da Washington avrebbe buon gioco sui partner europei. Non solo dal punto di vista commerciale ma soprattutto da quello dell’assistenza tecnica che le imprese europee (ma anche quelle indiane) garantiscono all’Iran. Anche il progetto di gasdotto dall’Iran verso Pakistan e India è a oggi bloccato.
L’Opec – di cui pure l’Iran è un importante membro e nel quale può contare sull’alleato Venezuela – può sperare al massimo di limitare i danni in un’atmosfera così surriscaldata. Visto che le scorte commerciali petrolifere americane sono oggi risalite al livello più alto dal 1999 – recuperando margini al mercato speculativo – sarebbe stato possibile operare qualche taglio di minore entità alla produzione, come richiesto dall’Iran. Teheran infatti spera di scoraggiare manovre avventate da parte degli Stati Uniti mantenendo teso il mercato energetico. L’Opec ha preferito invece un atteggiamento di responsabilità , lasciando immutate le quote produttive ufficiali al fine di evitare ulteriori speculazioni. Il problema di fondo dell’Organizzazione è infatti quello di garantire al prezzo del barile un tetto massimo di 60 dollari, per evitare impennate verso l’alto e recessioni economiche, con il calo della domanda e riduzione della rendita petrolifera che ne conseguirebbero. Inoltre l’Opec ha voluto dare una risposta alle esternazioni di Bush sulla necessità di disintossicare l’America dal petrolio mediorientale entro il 2020, in quanto in mano a “governi inaffidabili”. Un obiettivo dichiarato, anche se irrealizzabile, che comporta la destabilizzazione permanente della regione e che si ritorce contro gli interessi di Exxon e Chevron.
Ad inasprire la crisi con l’Iran ha contribuito la recente svolta asiatica di Bush, che riscrive il paradigma della politica atomica americana, rinnegando la logica universalista del Trattato di non proliferazione nucleare. Di qui l’accordo con l’India, che sancisce il principio per cui ci sono programmi nucleari affidabili o inaffidabili a seconda della funzionalità dei regimi alla geopolitica di Washington. L’India serve a contenere la Cina, vista come l’avversario strategico degli Stati Uniti. Ma così si è aperto il vaso di Pandora nel subcontinente indiano e in Asia centrorientale. Così accentuando di fatto l’instabilità del Pakistan. Mentre invece Bush spera di arrivare a destabilizzare l’Iran, specialmente nella sua parte “araba” (Khuzistan) e petrolifera, e nel Balucistan, al confine con il Pakistan, dove ormai è in atto un’insurrezione contro Musharraf.
A che cosa deve portare la pressione americana sull’Iran? Forse a recuperare proprio l’ambiguo Rafsanjani, sulla cui vittoria gli Usa avevano puntato prima del “colpo di Stato” elettorale dei pasdaran e dei basidji che ha portato al successo di Ahmadinejad. Le cui provocazioni anti-israeliane e antisemite hanno anche lo scopo di tagliare l’erba sotto i piedi dei moderati filoccidentali o di allinearli, almeno verbalmente, sulle sue posizioni estremiste.
Questo sarebbe il migliore dei mondi possibili, dal punto di vista di una parte dell’amministrazione Usa. Ma il vicepresidente Cheney e gli altri falchi sostengono la necessità di un’azione forte, anche militare, condizione necessaria per favorire il regime change. Questa è esattamente la linea di Israele. Il ministro della Difesa, Shaul Mofaz, il vero uomo forte del governo israeliano (di origine iraniana), ha già annunciato che comunque le eventuali sanzioni Onu non saranno efficaci e che quindi Israele provvederà direttamente a salvaguardare la propria sicurezza. Tradotto in italiano: Israele si riserva il diritto di bombardare non solo i reattori nucleari ma anche l’infrastruttura energetica iraniana e le installazioni missilistiche da cui potrebbe teoricamente partire una rappresaglia. Ma certamente né israeliani né americani (che darebbero comunque un appoggio passivo agli strike dell’aviazione con la stella di Davide) possono impedire che l’Iran – come ha minacciato – possa, con la sua flotta di piccoli sommergibili fatti in casa, bloccare (anche con azioni suicide) gli stretti di Hormuz, affondando alcune petroliere e così bloccando temporaneamente il 40% della movimentazione mondiale di petrolio, tra cui il 22% delle importazioni degli Stati Uniti provenienti soprattutto dall’Arabia Saudita. Una simile crisi, anche se congiunturale, sarebbe sufficiente a far alzare il “premium Iran” da 10 a 30 dollari, portando il barile a superare la quota dei 90 dollari. La vendetta di Ahmadinejad colpirebbe principalmente gli Stati Uniti, ma si ripercuoterebbe inevitabilmente su tutti noi.

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